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Giuseppe Sala sarà il prossimo sindaco di Milano? Passerà da Expo a Palazzo Marino? “A me Sala piace moltissimo”, ha dichiarato Matteo Renzi. E la candidatura del commissario dell’esposizione universale, finora soltanto evocata come possibilità astratta, è diventata una scelta politica possibile. Chissà se ora il presidente del Consiglio porterà fino in fondo questa sua “provocazione”. O ha soltanto voluto vedere l’effetto che fa? Certo che, se Renzi andrà fino in fondo, farà saltare in aria il “modello Milano”, per cercare d’imporre un altro modello, quello del “partito della Nazione”.

Sono due vie che già si confrontano sottotraccia nella politica italiana e che proprio alle prossime elezioni per il sindaco a Milano potrebbero arrivare al punto di rottura. Il “modello Milano” è il capolavoro realizzato da Giuliano Pisapia, diventato primo cittadino senza essere del Pd (anzi sconfiggendo il candidato del Pd) e comunque passando attraverso le primarie. In una recente intervista al Fatto Quotidiano, Pisapia ha così definito il suo “progetto”: “Una coalizione di centrosinistra con un apporto importante della cittadinanza attiva: nella mia giunta, sei assessori vengono dai partiti, sei dalla cosiddetta società civile. La mia è un’amministrazione che collabora e dialoga con i partiti della coalizione che la sostiene, ma ha una sua piena autonomia”. E ancora: “Io credo nel dialogo a sinistra. Non credo nel bipartitismo, com’è prefigurato dalla legge elettorale approvata. Mi piace una Sel che non rompe con il Pd, ma crede nel centrosinistra nutrito dalle esperienze di chi non viene dai partiti, in una coalizione che abbia dentro anche la sinistra”.

Pisapia continua a dire che non si ricandiderà, ma che garantirà la “continuità” con il suo progetto, cioè con il “modello Milano”. Dunque non potrà rinunciare, senza smentire se stesso, ad almeno quattro punti: 1. Le primarie come metodo per scegliere il candidato. 2. La partecipazione alla corsa (anche) di candidati che non siano scelti o imposti da Roma (o da Firenze). 3. La collaborazione tra partiti esocietà civile (o, come preferisce dire Pisapia, “cittadinanza attiva”). 4. L’alleanza politica di centrosinistra, in una coalizione plurale che non rompa con il Pd, ma tenga insieme anche la sinistra.

Il “candidato di continuità” che potrebbe emergere da questo schema è l’attuale vicesindaco, Francesca Balzani, una professionista stimata, già eletta deputata europea nelle liste del Pd senza però essere interna al partito; oppure Umberto Ambrosoli, espressione di una linea “civica” milanese alleata al Pd.

La candidatura Sala, invece, romperebbe drammaticamente questo schema, iscrivendosi nel quadro del “partito della Nazione”: apertura al nuovo centrodestra e anche a quello vecchio, escluso Matteo Salvini, e rottura con la sinistra, che cercherebbe un candidato alternativo. Spaccherebbe anche il Pd, visto che Pierfrancesco Majorino non potrebbe accettare la soppressione delle primarie per far posto al candidato Sala “in missione per conto di Dio”. A questo punto, se il Movimento 5 stelle presentasse una figura riconosciuta e stimata (Antonio Di Pietro?) si aprirebbe a Milano una nuova, imprevedibile partita. Matteo Renzi ha voglia di fare questa forzatura, con il rischio di essere sconfitto, come già alle regionali in Liguria e in Veneto? Forse lo stesso Sala non ha troppa voglia di rischiare una campagna elettorale in cui gli rimproverebbero ogni giorno le bugie e gli scarsi risultati di Expo: meglio aspettare da Matteo Renzi un più tranquillo e meglio remunerato incarico a Roma.

Il Fatto Quotidiano, 4 settembre 2015