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È di pochi giorni fa la notizia – diffusa dall’Associazione Matrimonialisti Italiani – che, grazie alla formula breve (approvata di recente) che dimezza i tempi della separazione, quella appena trascorsa passerà alla storia come l’estate dei record in fatto di divorzi con 50mila pratiche firmate in soli tre mesi, di cui una su cinque presentata da coppie con più di 65 anni.
Un vero e proprio boom, a detta del presidente dell’Ami Gian Ettore Gassani, il cui effetto “dirompente” sarebbe riconducibile alla retroattività della legge che ha permesso l’accesso al divorzio a tutte le coppie separatesi tra il 2011 e il maggio scorso. Tanto rumore per nulla se si pensa invece che, dati Istat alla mano, già nel 2013 si parlava di separazioni legali tra ultrasessantenni come di una vera e propria tendenza.
Non solo una questione di retroattività dunque, ma ragioni che affondano le proprie radici nei profondi mutamenti che nell’ultimo mezzo secolo hanno minato le fondamenta su cui la famiglia italiana aveva costruito per secoli la sua stabilità. Oltre alla raggiunta indipendenza economica della donna e all’accresciuta aspettativa di vita, di cui facevo cenno nel mio articolo Separarsi a sessant’anni, vi è anche altro.
Per esempio, il cambiamento di valori che ha caratterizzato il passaggio dalla società industriale a quella post-industriale – da una comunità sovraordinata rispetto all’individuo a un’altra in cui centrale è quest’ultimo e la comunità non è che il mezzo per risolverne i bisogni soggettivi – con inevitabili ripercussioni sul concetto che avevamo dell’amore, oggi eterno ma finché dura, anche dopo venti o trent’anni di vita insieme.
Oppure i figli: si sta insieme perché e finché i figli sono piccoli, poi ognuno per la propria strada. A testimonianza del fatto che la crisi del concetto di comunità ha in qualche modo autorizzato un individualismo sfrenato in cui, a qualsiasi età, non esistono più “compagni di viaggio”, ma solo antagonisti. Una visione personalistica che ha disintegrato i nostri punti di riferimento collettivi (lavoro, matrimonio, famiglia, ecc.), rendendo tutto liquido, instabile, fragile e costringendoci a ricercare un appagamento temporaneo nel passaggio da un consumo all’altro – persino di rapporti umani – nell’illusione che la felicità stia in quello. O magari, semplicemente, una questione di soldi.