Non vi nascondo che ogni tre o quattro anni vado in farmacia a comprarmi un biberon. Per me. Non ho figli. Si tratta di pura e semplice nostalgia. Nostalgia di quel meraviglioso periodo della mia vita dove la parola – corruzione – semplicemente non esisteva. E non andrò certo dall’analista per questo. Valeria, il mio inconscio continua a vomitare immagini di Valeria. La mattina mi sveglio con un vuoto nello stomaco, e quel vuoto si chiama Valeria. Nella realtà la storia è finita da cinque anni. Per l’inconscio non è ancora finita. Dopo la morte di mio padre ho fatto per dieci mesi bolle di accompagnamento merci per una ditta di trasporti, volevo rendermi utile. Fu il periodo più bello della mia relazione con Valeria, lei voleva un uomo che tornasse a casa dopo il lavoro, rientravo alle 22 e trovavo sempre una cenetta deliziosa a lume di candela, dopo cena si finiva sul divano a fare l’amore, tacchi a spillo e biancheria intima sul pavimento, poi a letto sereni.

Sul lavoro ho resistito dieci mesi anche se l’ambiente era simpatico, ma un giorno un camionista curioso si avvicinò alla mia postazione dicendomi : “Ma tu che cazzo ci fai qui? “. Già, e mi licenziai. E con Valeria la situazione precipitò. Lentamente. Tornai a fare il vitellone domestico, la mattina mi alzavo, la spiavo mentre si asciugava i capelli, il rumore del phon era Mozart, ero innamorato. Lei andava a lavorare e io la salutavo sulla soglia. Poi tornavo a letto. Quando rientrava mi trovava a sbevazzare con gli amici. Non sorrideva più, e la mattina mentre si asciugava i capelli la sentivo piangere. E il suono delle sua lacrime non era Mozart. Poi una domenica presi un martello e le spaccai una collana perché lei mi aveva stracciato un libro, quel libro era Volo di notte e io lo stavo leggendo a letto, colpevole di non aiutarla a fare le pulizie di casa.

Eravamo giunti al limite estremo di una relazione. Una sera Valeria salì sul letto (per essere più alta di me) e mi disse: “Ho una ferale notizia, me ne vado”. Così finiscono le storie. Non sono più riuscito a innamorarmi da allora. Quando eravamo felici le preparavo la colazione e lei posava i piedi nudi sui miei per non prendere freddo. Ora vivo da solo in un monolocale. Ci sono due cuscini che la notte stringo fino a soffocarli, a volte li spremo per fare uscire succo d’ombra dal ventre piumato. E per confondere la vita faccio queste telefonate inventate e le filmo, una terapia personale, una cura. E anche un biberon può tenermi compagnia. Regredisco, lo so. Crescere non fa per me.

Pensiero del giorno:

Soffro di allucinazioni interiori, immagino il mio pensiero come
un flusso di sangue visivo che irrora l’ignoto. Dio è la ghigliottina,
e la mia testa rotola nel suo ventre cosmico. La vita è un vicolo
cieco tappezzato di occhi spalancati sulla mia pelle, come piccole
meduse irritanti. E io vivo nella tentacolare vibrazione dell’attimo.