Rosario Di Rosa Trio - Popcorn reflections - CD Booklet

Erano anni (tanti) che mi parlavano (bene) del Roccella Jazz Festival, al quale (purtroppo) non avevo ancora avuto modo di partecipare. Ho colto dunque l’occasione martedì 18 Agosto per uno dei concerti più interessanti a cui ho ultimamente avuto modo di assistere: il Rosario di Rosa Trio.

Insieme a Paolo Dassi al contrabbasso e ai live electronics e Cristiano Calcagnile alla batteria, Di Rosa compositore e pianista dall’atteggiamento asciutto e dalle mille influenze, ha presentato il suo ultimo lavoro discografico, Pop Corn Reflections, un album – come lo stesso Di Rosa ha tenuto ironicamente a precisare – il cui contenuto è tuttavia molto distante dalla performance live tenuta al Roccella Jazz: Spero il concerto vi sia piaciuto, ma se non dovesse esservi piaciuto comprate ugualmente il cd perché è completamente diverso.

Una fusione sapiente e molto ragionata di una buona mole di stimoli musicali fra loro distanti tanto geograficamente quanto temporalmente: dal serialismo schoenbergiano (compositore al quale dedica, nella parte finale del concerto, alcune variazioni) al minimalismo americano che vede in Steve Reich una delle figure di maggior spicco. Una esplicita e orgogliosa contaminazione che è anche tratto distintivo della milanese NAU Records, letichetta discografica che ha creduto nel progetto di Di Rosa e che, come leggiamo sullo stesso sito web delletichetta, investe in progetti appartenenti a nessun genere musicale anche se predilige la musica improvvisata e i progetti pluridisciplinari e multiculturali.

Un concerto, quello del Di Rosa Trio, nel quale gli accordi tipici del jazz si presentano a volte come squarci isolati all’interno di notturne atmosfere che precedono libere improvvisazioni al contrabbasso, spesso slappato e volentieri in libere scorribande solitarie. Potremmo chiamarla musica contemporanea tout court, se non fosse per le continue reminiscenze jazzistiche e per luso molto importante delle tecniche tipiche della musica minimalista. Potremmo chiamarle esperienze politonali, in un contesto però nel quale la tonalità non ha più alcun significato. Giungono poi ad allietare lentusiasta pubblico del Roccella Jazz semplici melodie suonate al piccolo synth che Di Rosa affianca al pianoforte, melodie accompagnate da un continuo, straniante, profondissimo tremolo al contrabbasso, il tutto mentre la batteria sceglie finalmente di mantenere un ritmo costante in 4/4.

Il pianista e compositore, altalenandosi tra pianoforte e sintetizzatore, lascia grande spazio a momenti puramente lirici, quasi leggeri non fosse che per le improvvise incursioni di cluster (gruppi, grappoli di note) quasi schiaffeggiati sulla tastiera del piano. Non manca poi l’elemento rumoristico: un suono tenuto e disturbante giunge, durante lesecuzione del penultimo pezzo, a straniare armonicamente il brano forse più lirico dell’intera performance. Interessante poi luso e limportanza che Di Rosa attribuisce allo strumento elettronico, dimostrando unapertura e unelasticità rare nei contesti di ricerca italiani.

È proprio il synth infatti ad aprire, con un ostinato melodico, lultimo brano prima del bis finale: un brano che viaggia su periodi di frasi ripetute quasi ossessivamente, fino a quando il tutto sfocia nell’apparente confusione disorganica. Confusione solo apparente: è solo un modo per lasciare la batteria da sola, sull’ostinato del sintetizzatore, a compiere evoluzioni cariche di suggestioni post-moderne. Un bis, infine, che parte in pianissimo su pochi e isolati accordi del pianoforte, per poi svilupparsi in un continuo crescendo che si spalma lungo tutto il brano. Tutto è crescendo in questo bis finale: la dinamica, le melodie (sempre più veloci e spezzettate), in un virtuosismo minimalista che sembra trovare nella dissonanza seriale e dodecafonica il proprio habitat naturale. Rosario Di Rosa congiunge, sperimentalmente, due mondi, due pianeti che prima dora non avevano mai comunicato, o mai così bene.