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Giorni fa, in una spiaggia vicino Roma, dei miei vicini di sdraio parlavano dell’“emergenza cinghiali” (dicevano proprio così). Una signora, a suo dire, molto informata sui fatti sosteneva che se l’italica razza dei pacifici zannuti sta generando belve assetate di sangue umano, la colpa è dell’invasione degli aggressivi cinghiali rumeni, per non parlare di quelli albanesi, con cui si sono incrociati dando vita a dei mostruosi frankenstein ungulati. E mentre gli astanti di ombrellone annuivano impressionati, ho temuto che nella calura della controra si materializzasse la canotta di Matteo Salvini con su scritto “Cinghiali a casa loro”. Lo ammetto, chiudere gli occhi e ascoltare le altrui stronzate accarezzato dalla brezza marina mi fa scivolare in un’anestesia intellettuale ai limiti della beatitudine.

L’estate cretina (che segue le estati dei calippi supercafoni e le estati imbecilli delle rombanti moto d’acqua e delle rocce sarde martellate per farne souvenir) ha il pregio di immergerti e cullarti nella ossessività demenziale dei (finti) incubi leghisti da talk show, diventati senso comune da arenile. Per cui se mi parlassero di un’invasione di salamandre rom ascolterei rapito non osando interferire con la fiction “dei piazzisti da bar” (monsignor Galantino) che ha sostituito la realtà, e il naufragar m’è dolce in questo mare.

La situazione è tale che seduto a un bar mentre qualcuno si accalorava nel difendere il sacrosanto diritto di essere salvati se in procinto di annegare con centinaia di altri disperati, volevo correre ad abbracciarlo quando mi è sembrato di vedere nel tavolino accanto la Santanchè scuotere la testolina e fare no, no, no… , come la Bambolina di Michel Polnareff, in un’estate dei ruggenti ‘70.

Nelle chiacchiere sulla sabbia disponiamo, fortunatamente, di evergreen intramontabili. Le future suocere che sparlano delle future nuore e viceversa (“Quella se magna delle capresi lunghe un chilometro e manco sparecchia”: sentito con le mie orecchie). Il febbrile animatore di partite di calcetto (“Una cosa tra amici per muoversi un poco”), che generalmente s’incarogniscono con entrate assassine e tibie spezzate, veri e propri regolamenti di conti. La strafiga fatta e rifatta, con catenina d’ordinanza alla caviglia che sevizia i venditori di cianfrusaglie extracomunitarie per strappare un paio di euro in meno e poi dice “porelli vanno aiutati”, come la Ferilli in Ferie d’agosto di Virzì. Il separato-divorziato, intrattenitore assillante di sbuffanti figli adolescenti a carico, che invariabilmente chiama Picchio o Chicca.

Quest’anno però rifiorisce un genere che si alterna con l’intellettuale sfigato (“fuori per un soffio dalla cinquina Strega”), come nella rotazione del grano con i legumi: il cretino rampante.

Costui presidia fin dall’approssimarsi dell’alba le spiagge, da Sabaudia a Capalbio, frequentate dalla nomenclatura Rai e/o da devoti trasversali del Nazareno (che poi sono la stessa cosa), e nell’individuare a colpo sicuro i soggetti da tafanare sembra dotato dei dispositivi di puntamento a infrarossi usato dai Marines a Falluja. È accaduto che la mia presenza a bordo piscina ne abbia eccitato uno in appostamento, forse in assenza di altre fonti di calore.

Da quando ho lasciato la direzione del Fatto sono stato oggetto (chissà perché ) di varie forme di sentite condoglianze. C’è chi abbassando gli occhi ha biascicato un sofferto “mi dispiace”, mentre le commosse strette di mano (qualcuno ha cercato di slogarmi affettuosamente un braccio) mi facevano sentire, comunque, come il parente più stretto al mio funerale.

Il cretino in questione calato dal cielo come un elicottero Apache mi ha chiesto a bruciapelo: “Ma ora tu che fai tutto il giorno?”. In quell’“ora” c’era un tale senso di fallimento, inutilità, irrilevanza che fui tentato di rispondergli: “Sono andato a letto presto”, come De Niro nel film di Sergio Leone, ma mi sembrò abusato. Preferivo lo strepitoso e laconico “Piango” con cui uno strepitoso Robert Mitchum sul viale del tramonto rispose a una giornalista (cretina) a Cannes, ma temevo di essere frainteso. Ripiegai sulla mia classica via di fuga: “sto compilando una mappa delle panchine romane”, e l’effetto fu un irritato dietrofront.

Non posso concludere questa sommaria rassegna tralasciando la figura dominante dell’estate 2015 (e forse anche 2016): il renziano sotto mentite spoglie. Per nulla affatto un cretino egli sguscia vigile e felino come un vietcong nella giungla, abile nel mimetizzarsi e nel cancellare le impronte.

In genere, dissimula annoiato disinteresse per la politica (“non voto più da anni”) ma la sua tattica consiste nell’attirarti sul terreno della falsa oggettività (“sa, sono un uomo concreto, io bado ai numeri”) finché, maledizione, sei in trappola. Agisce per antitesi e comincia a lavorarti per benino rilanciandoti continuamente la palla. “Renzi è quello che è ma chi abbiamo di meglio?”.

“L’economia non è affatto migliorata ma cosa poteva fare di più?”. “Vogliamo forse finire nelle mani di quel razzista di Salvini o di uno squilibrato come Grillo?”. Finché, ti auguri che irrompa sulla spiaggia un branco di incazzatissimi cinghiali extracomunitari e se lo portino via.

Il Fatto Quotidiano, 15 agosto 2015