“Li denunceró, non mi hanno spaventata”, così la giornalista Sara Giudice, al termine della brutta avventura vissuta a Tarquinia. L’inviata della trasmissione In Onda, trasmessa da La7 e condotta da Tommaso Labate e Davide Parenzo, stava effettuando il suo collegamento e aveva documentato un nuovo ‘gioco’ estivo: il tiro a segno sul politico, con tanto di invito a sparare sull’immagine del piú odiato. Simbolica rappresentazione non tanto del malessere sociale, quanto della astuzia di chi sfrutta l’indignazione e la paura per far soldi.

Per altro il gestore di quel chiosco e i suoi compari sono del tutto simili a quegli “odiati politici” che, ogni sera, vivono in tv predicando violenza, razzismo e, se potessero, promuoverebbero anche loro il tiro a segno magari contro il rifugiato di turno.

Sia come sia Sara Giudice stava facendo, con rigore ed onestà professionale, il suo collegamento. All’improvviso un gruppo di energumeni, guidati dal proprietario del chiosco, si sono precipitati sulla cronista, hanno oscurato la camera, le hanno strappato il microfono, l’hanno minacciata di seguirla sino a casa e le hanno intimato di stare zitta.

Sara ha invece annunciato che li denuncerà. Se dovesse farlo, sará davvero il caso che tutte le associazioni dei giornalisti, in testa la Federazione della Stampa e l’Ordine, si schierino al suo fianco, la assistano, si presentino in aula con lei. Articolo 21 ci sarà. Questo per far capire che questo “tiro a segno” contro i giornalisti che fanno il loro mestiere deve cessare.

Ci riferiamo non solo a Sara Giudice, ma anche ai cronisti costretti a vivere sotto scorta per aver raccontato malaffare e mafie o a quelli che vengono quotidianamente minacciati attraverso le cosiddette “querele temerarie”, usate come vero e proprio strumento di intimidazione preventiva, come per altro ha esemplarmente documentato la relazione predisposta da Claudio Fava per la commissione antimafia.

Da qualche ora si torna a parlare di una nuova stretta sulle intercettazioni, del divieto di pubblicazione; richiesta che sarebbe stata avanzata dall’ex cavaliere in cambio di un voto sulla riforma della Costituzione. Ci auguriamo che si tratti solo di illazioni senza fondamento, comunque sarà il caso di non abbassare la guardia e di tenersi pronti a respingere qualsiasi riproposizione delle vecchie leggi bavaglio.

Al Parlamento, o almeno a quella parte che avrà voglia di ascoltare, bisogna invece chiedere di colpire le “querele temerarie” e di introdurre il reato di “molestie contro l’articolo 21 della Costituzione”.

Chiunque tenti di intimidire o colpire un cronista che esercita la sua funzione non minaccia un singolo, ma attenta al diritto dei cittadini ad essere informati, limita il diritto collettivo alla conoscenza e al controllo dei governanti. Il proprietario del chiosco che ha aggredito Sara Giudice merita la giusta condanna, allo stesso modo sarà bene non dimenticare i proprietari di ben altri chioschi d’armi, queste neppure a salve.

P.s. A proposito di cronisti minacciati, Nello Trocchia, che continua a svolgere con la perizia di sempre il suo lavoro per il Fatto, ha mai ricevuto la protezione adeguata, come per altro è stato sollecitato, con un pubblico appello, da migliaia e migliaia di cittadini?