Mossa dettata dalla paura oppure ragionata strategia? La tripla svalutazione messa in atto in neppure 72 ore dalla banca centrale cinese fa discutere e pone interrogativi sulle possibili conseguenze a livello globale. Innanzitutto è opportuno capire bene l’operazione di Pechino, motivata con la volontà di avvicinare le quotazioni dello yuan ai valori di mercato in vista di un graduale avvicinamento a un sistema di libera fluttuazione. Esattamente quello che Stati Uniti e Fondo monetario internazionale chiedono da tempo alla Cina anche in vista della possibile inclusione dello yuan nel paniere di valute con cui il Fondo “prezza” i diritti speciali di prelievo che fanno capo agli stati membri. Non a caso l’Fmi ha accolto con favore la mossa di Pechino. Della stessa opinione gli analisti di Standard and Poor’s, che ritengono poco convincente l’argomentazione secondo cui la svalutazione avrebbe come obiettivo l’aumento dell’export, molto più legato all’andamento della domanda estera che ai cambi.

Probabilmente la verità sta nel mezzo. Con una certa furbizia, la banca centrale cinese non si è lasciata sfuggire l’occasione per acchiappare due piccioni con una fava. Bisogna comunque tenere presente che, nonostante i cali degli ultimi giorni, lo yuan rimane relativamente forte e vale ancora il 10% in più di un anno fa rispetto alle valute dei principali partner commerciali. E’ quindi prematuro valutare le ripercussioni in termini di impatto sull’economia globale e sulle mosse delle altre banche centrali. Tuttavia, ipotizzando che il deprezzamento della moneta cinese perduri e magari si intensifichi, alcune indicazioni si possono dare.

Per l’Italia problema modesto: in Cina esportiamo solo il 2,6% delle nostre merci – Uno yuan che perde valore nei confronti delle altre monete significa che all’estero i prodotti “made in China” costano meno mentre per i cinesi i beni importati diventano più cari. Per l’Italia, che esporta in Cina appena il 2,6% delle sue merci, un problema relativamente modesto. Martedì e mercoledì i titoli del lusso come Louis Vuitton, Burberry o le italiane Ferragamo e Tod’s hanno perso molto in borsa. Il motivo è appunto che i prodotti venduti in Cina diventano meno convenienti e gli incassi potrebbero risentirne. Ma molti analisti notano come marchi di questo tipo si rivolgano a una clientela poco sensibile alle variazioni di prezzo. Discorso simile per case automobilistiche come BMW o Volkswagen, che hanno puntato molto sul mercato cinese da cui traggono ormai percentuali significative dei loro profitti. FCA è invece molto poco presente in Asia ma si teme che lo yuan più debole possa colpire i marchi di pregio del gruppo, Maserati e Ferrari.

Petrolio e benzina meno cari – Dall’altro lato ci sono i possibili benefici per i consumatori occidentali. Più che dai prezzi più bassi dei prodotti realizzati in Cina i vantaggi potrebbero arrivare dall’ulteriore deprezzamento delle materie prime, petrolio e benzina in testa. La Cina è il maggior consumatore al mondo di commodities che vengono abitualmente scambiate in dollari. Importarle diventa più costoso rendendo così probabile una diminuzione della domanda. Un grosso problema per paesi esportatori come Brasile o Australia, molto focalizzati sulla domanda cinese e già alle prese con i contraccolpi del calo delle quotazioni. Un altro rovescio della medaglia poco gradito è che tutto questo avviene proprio mentre la Banca centrale europea sta cercando in tutti i modi di allontanare il rischio di deflazione, ossia la discesa dei prezzi, che oltre una certa misura è deleteria per la crescita economica. Qui entriamo però in un territorio accidentato e dai percorsi molto intricati. Ossia le conseguenze per gli equilibri finanziari e monetari della svalutazione cinese.

Il rischio di una strategia a scapito degli altri Paesi – Sono anni che le banche centrali di Europa, Stati Uniti e Giappone portano avanti politiche molto espansive che hanno anche effetto di indebolire le rispettive monete. A differenza di quella cinese queste politiche sono state però state sinora graduali, annunciate in anticipo e realizzate manovrando i tassi o acquistando titoli senza operare svalutazioni dirette sui cambi. Il potenziale pericolo è che l’irruenza di Pechino possa ora provocare una rincorsa a fare quello che in inglese viene chiamato “beggar thy neighbour”. Ossia una politica economica del “ruba mazzo” con cui si ottengono vantaggi per sè a scapito degli altri. Il guaio è che una volta che il gioco comincia possono giocarci tutti. E così alla fine non vince nessuno ma spesso perdono tutti. La banca centrale del Vietnam, paese che economicamente gravita nell’orbita cinese, si è già mossa per svalutare a sua volta e mantenere l’equilibrio competitivo con Pechino. Malesia e Thailandia probabilmente seguiranno presto.

La Fed sta a guardare, la Bce potrebbe reagire – Le vere partite però sono altre. Tra i pesi massimi la Banca centrale europea sembra per ora la più preoccupata per la situazione cinese. Già nei verbali del consiglio direttivo di luglio diffusi soltanto adesso Francoforte sottolineava che gli sviluppi finanziari in Cina “potrebbero avere un impatto negativo maggiore del previsto, dato il suo ruolo importante nel commercio globale”. La Bce specificava anche di essere pronta a rafforzare il suo quantitative easing (il programma di acquisto di titoli) vista la crescita deludente e l’inflazione ancora troppo bassa. Parole scritte prima della svalutazione cinese, ma che potrebbero lasciar presagire una qualche contromossa. La svalutazione dello yuan ha però potenziali conseguenze molto ambigue sulla situazione europea. Costi energetici più bassi aiutano la ripresa ma, come si accennava, acuiscono il rischio di deflazione. Sembra per ora attendista la Federal Reserve, la banca centrale statunitense. Con il linguaggio felpato dei banchieri centrali il presidente della Fed di New York, William Dudley, ha affermato che è presto per valutare la decisione di Pechino ma che ”potrebbe non essere inappropriato per lo yuan aggiustarsi all’andamento dell’economia”. Secondo gli analisti di Barclays ed HSBC la decisione cinese potrebbe comunque allungare i tempi per l’avvio del progressivo aumento dei tassi statunitensi. Annunciato da mesi e visto come probabile a settembre potrebbe ora slittare ancora.