Durante il suo recente viaggio in Giappone, il Presidente del Consiglio ha parlato spesso del legame tra cultura e innovazione in Italia, e dell’interconnessione tra tradizione e sviluppo economico. Ha raccontato a studenti, imprenditori e controparti governative delle nostre passate glorie artistiche e ha descritto la sua visione per l’Italia del futuro. A casa ci sono state delle critiche, ma in Giappone la narrativa proposta è piaciuta molto. E l’apprezzamento in questo caso è cosa non trascurabile, perché quella del Presidente del Consiglio era una chiara operazione di soft power.  Soft power che, nelle parole del professor Joseph Nye (politologo dell’Università di Harvard che per primo ha teorizzato e analizzato il concetto nel 1990), è il potere degli stati di accattivare, per esercitare verso l’estero influenza ‘indiretta’ a livello politico, diplomatico ed economico.

Abilità di influenzare che si basa quindi sull’immagine che l’Italia proietta all’esterno, sulla nostra reputazione internazionale. Ma se fuori dai confini nazionali nomino il mio Paese, il mio interlocutore penserà immediatamente a storia e moda oppure l’associazione naturale sarà quella con corruzione e scarsa attenzione ai diritti della comunità LGBT?

Uno studio pubblicato qualche settimana fa da Portland, un’agenzia britannica che si occupa di comunicazione politica, potrebbe aiutare a trovare una risposta. Portland ha provato appunto a misurare il soft power, il potere di influenza, e l’Italia è al dodicesimo posto in una classifica di trenta Paesi. Primo il Regno Unito, ultima la Cina. Una posizione non ottima ma comunque di tutto rispetto, conquistata grazie ai nostri punti di forza più ovvi: cultura e arte, rappresentanza internazionale (si pensi a Federica Mogherini nominata Alto Commissario Ue per la Politica Estera, la terza carica più importante nell’Ue) e buona reputazione delle nostre Università.

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Quantificare le relazioni di potere tra stati, mutevoli per natura, è piuttosto difficile. Dopotutto, come dice Nye: “Il soft power è una danza che ha bisogno di partner” e quindi tutto è relativo.  Anche lo studio più comunemente citato, pubblicato dalla rivista Monocle e compilato con il think tank Institute for Government, offre ottimi spunti di riflessione ma poche certezze.

Per questo, il nuovo Indice di Portland, che combina indicatori oggettivi (analisi comparative su base internazionale condotte da organizzazioni internazionali sovranazionali e indipendenti) e soggettivi (e cioè analizza anche le percezioni individuali raccolte con un sondaggio internazionale ) è decisamente interessante. Secondo il Professor Nye, quello di Portland è lo studio sul soft power più completo e attendibile che sia stato prodotto fin ora.

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Indagando tra i 65 indicatori usati si scopre che siamo il Paese che ha in assoluto più siti riconosciuti Patrimonio Universale (dati: UNESCO) , siamo da sempre tra le 10 mete preferite dai turisti internazionali (dati: UNWTO), esportiamo più pasta e conserva di pomodoro di qualunque altro paese al mondo (dati: Observatory of Economic Complexity).

Portland sembra dare ragione al ministro Gentiloni che durante la XI Conferenza degli ambasciatori ha detto che “l’Italia è uno dei Paesi più amati al mondo”. E infatti dobbiamo la nostra posizione soprattutto al “voto popolare” cioè l’indice soggettivo di Portland calcolato su questionari internazionali che ci vede sesti.

Ma arte e buon cibo non bastano: come ricordava in uno scritto recente Raffaele Marchetti, professore associato di Relazioni Internazionali presso la LUISS di Roma: “Tutto il discorso che ruota intorno al ‘soft power’ funziona se c’è anche una controparte politico-economica, se non addirittura militare (…) non è solo il potere ‘soffice’ che conta, ma quello che Nye chiama ‘smart power’, ovvero una combinazione tra ‘hard’ e soft power” .

Quindi se è vero che siamo la terza economia in Europa e tra le prime dieci al mondo, membri fondatori della UE, con un ruolo chiave nella NATO e nelle missioni ONU di pace e di aiuto umanitario, è altrettanto vero che burocrazia, corruzione, infrastrutture carenti, digitalizzazione lenta ci penalizzano molto. Uno degli indicatori usati da Portland, infatti, è l’indice di Facilità di Fare Impresa, compilato annualmente dalla Banca Mondiale: siamo al 56esimo posto, appena prima di Bielorussia e Jamaica e ben sotto la media Europea. Dato davvero preoccupante, perché i turisti di tutto il mondo amano visitare l’Italia, ma il nostro 141esimo posto per tassazione e il nostro 147esimo posto per sicurezza dei contratti non possono che scoraggiare investimenti e commercio.

Ma quanto è importante l’immagine che il nostro Paese proietta all’esterno? Il soft power è una risposta alla natura più coercitiva delle relazioni basate su potere economico e militare che storicamente esistevano tra gli stati, e si basa sulla capacità di ingraziarsi e persuadere partner internazionali, attori economici globali e individui, per raggiungere, con le “buone” i propri obiettivi di politica estera.  Il professor Nye aveva originariamente basato le sue analisi sul soft power su tre pilastri: valori politici, cultura e approccio alla politica estera. In un mondo in cui i canali della diplomazia tradizionale non bastano più, gli stati cercano di diventare più influenti attraverso la creazione di network di collaborazione, sviluppando narrative convincenti, cercando di ottenere un posto ai tavoli di discussione globali e in generale valorizzando al massimo le loro risorse materiali e immateriali.

Dalle nuove tecnologie all’arte, dalle nomine internazionali al medagliere Olimpico – tutto ciò che rende un Paese unico, allettante e rilevante più essere visto come fonte di potere nelle relazioni internazionali.  Un tipo  di influenza ormai essenziale per continuare ad essere attori di rilievo nello scacchiere internazionale e che Paesi come la Cina cercano di consolidare ospitando le Olimpiadi ripetutamente, finanziando generosamente vari programmi di sviluppo internazionale e promuovendo una rete sempre più fitta di scambi culturali.

Come leggere a questo punto il peso reale del soft power italiano? Quello del nostro Paese sembrerebbe un caso da manuale di “è intelligente ma non si applica”. I problemi del Paese sono tanti, gravi e innegabili, ma il nostro potenziale, le nostre risorse e i nostri talenti sono altrettanto evidenti  a chi ci vede da fuori, con occhi forse più oggettivi.  E magari, è proprio nel nostro soft power che possiamo trovare un punto di partenza per la ripresa. Modernizzazione e trasparenza, digitale e riforme, per valorizzare a pieno sia in casa che fuori il nostro patrimonio e i nostri talenti e trasformare il potenziale del Paese in quello smart power che è essenziale riuscire, collettivamente, a consolidare. Per non diventare irrilevanti.

E chissà che riconoscere questo nostro potenziale, imparando a vederci nel bene e nel male anche attraverso gli occhi di chi ci guarda da fuori, non sia la chiave per continuare a ispirare affinità e rispetto. Per riuscire a esercitare a pieno tutta l’influenza, economica, politica e culturale che l’Italia potrebbe avere.