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Nessuno di noi, presumibilmente, vorrebbe trovarsi al posto di quei giudici del Tribunale per i minorenni che in queste ore devono decidere del destino di un bambino che è ancora nella pancia della madre: nascita prevista il giorno di ferragosto. E il dilemma non è di quelli ordinari. Lasciar crescere il bambino in carcere con la madre, affidarlo ai nonni, oppure darlo in adozione.

Si sta parlando del figlio di Martina Levato, la donna che insieme al suo complice e compagno Alexander Boettcher lo scorso 28 dicembre fu arrestata in flagranza di reato dopo aver sfregiato con dell’acido un ex fidanzato, Pietro Barbini, e per questo reato già condannata insieme a Boettcher in primo grado a 14 anni di reclusione. Come pena accessoria, a Martina e Alexander è stata applicata “l’interdizione legale”, con la decadenza della “responsabilità genitoriale”. La sentenza però è di primo grado, dunque per questo aspetto non ancora esecutiva.

Ma se l’interesse del bambino viene sempre prima di tutto, poiché Martina non ha mostrato alcun segno di pentimento né ravvedimento per il delitto di cui si è macchiata, allora quel bambino – oltre al fatto della lunga condanna dei genitori – non potrà crescere né con la madre in carcere né con i nonni, sia materni che paterni, che di quell’ambiente saranno “contigui”. Tuttavia, i nonni paterni hanno fatto sapere tramite il loro avvocato, di avere intenzione di presentare istanza di affidamento. Il loro obiettivo è che il bambino “cresca in un ambiente sano e familiare”.

Come già detto sopra, la nascita del bambino avverrà con parto cesareo il giorno di ferragosto alla clinica Mangiagalli di Milano. Dal momento che la struttura dove è detenuta Martina non ha un nido, in un primo periodo potrà rimanere in un Istituto a custodia attenuata per detenute madri, l’Icam. Lo ha deciso in queste ore il presidente aggiunto dei gip Claudio Castelli, accogliendo un’istanza del pm Marcello Musso in cui si faceva rilevare che il carcere di San Vittore non ha una struttura idonea per raccogliere la madre e il suo bambino e che rispetti le norme imposte dalla legge 62 del 2011 la quale “salvo casi di eccezionale gravità” vieta il carcere a detenute con figli fino a tre anni. Ma tutto è nelle mani dei giudici del Tribunale dei minori che dovranno decidere del destino di Martina e di suo figlio entro cinque giorni dal parto.

Forse la centralità della vita delle donne – almeno di molte donne –  non è più la maternità. Ma se maternità deve essere, allora che lo sia pienamente e in un senso nuovo, al di là della mera dote fisica del procreare. Si può essere piene di maternità anche senza fare figli, checché ne dicano e ne manifestino i sostenitori di una idea famiglia che nella realtà non esiste quasi più. Come pure si può essere madri biologiche senza avere istinto materno. Come nel caso – forse – dei cosiddetti “amanti diabolici”.

Nessuna condizione è così vicina al divino quanto quella dell’essere incinta. “Amanti diabolici” mal si concilia con quel divino che prelude alla maternità.

Nemmeno la condizione di Martina – appena arrestata, già sapeva di essere incinta da più di un mese – aveva fatto desistere dai loro atti criminosi i due amanti. E durante l’interrogatorio, lei dichiarava: “Quando ho pensato di essere madre, dovevo liberarmi da esperienze corporee negative che non avevo condiviso, ero contaminata, adesso il mio corpo si è liberato”. Con “adesso” Martina intendeva l’aggressione con l’acido che secondo lei avrebbe dovuto purificarla dalle relazioni precedenti. Tutti e due sono imputati di altre aggressioni con l’acido ai danni di due persone. Con l’acido, la coppia voleva cancellare fisicamente i volti dei ragazzi con cui Martina aveva avuto rapporti.

Quando è incinta, una donna diventa due. Separata da suo figlio quando nasce, non sarà mai più una. È quella la metà che “cercherà” tutta la vita restante.

La domanda ora è: separata da suo figlio appena nato, Martina sentirà questa metà mancante tutta la vita?