Il sistema radiotelevisivo ha bisogno di una nuova legge di sistema, come l’uomo del pane, lo chiedono il mercato e la democrazia, Renzi sta spacciando una leggina sulla governance della Rai, votata al Senato, mal fatta e piena di compromessi con FI, come la rivoluzione copernicana. È evidente che lui e Giacomelli, il sottosegretario con la delega, non sono all’altezza. La Rai ha bisogno di essere rifondata partendo da ciò che deve essere il servizio pubblico, prima di tutto indipendente dai partiti così com’è la Bbc, la tv inglese citata un giorno sì e l’altro pure da Renzi.

Una tv non può essere assoggettata alle regole della Pubblica amministrazione, deve essere controllata da un organismo sopra le parti ma libera di poter svolgere il proprio lavoro con regole che le permettano di muoversi sul mercato come le tv concorrenti. La nuova legge dovrebbe prevenire l’evasione del canone, pagandolo tutti pagandolo meno, regolamentando sia il rapporto tra pubblicità e servizio pubblico (che non può avere 14 canali), che il far west delle frequenze: chi produce contenuti non può gestire anche le frequenze, così come avviene negli altri Paesi europei.

Il cambiamento non passa da un amministratore unico con i super poteri, soprattutto se voluto da chi governa, ma da una classe dirigente meno subordinata ai partiti e professionalmente capace: non l’uomo solo al comando ma un professionista al posto giusto. Il Cda sta per essere nominato ancora con la legge Gasparri, grazie alla quale i partiti si spartiranno le poltrone e il Pd farà una bella scorpacciata.

Nessuno dei nomi fatti finora serve alla Rai. Campo Dall’Orto (ex Mtv e La7) è uno dei più gettonati, capacità certe, ma le sue gestioni hanno sempre lasciato buchi di bilancio. Scrosati, responsabile dei contenuti di Sky, è il nome di moda, perché avere un surrogato quando si può avere l’originale? Carlo Freccero, non come dg o presidente, ma direttore di Rai1 o dei palinsesti, non c’è nessuno come lui sul mercato capace di determinare le linee editoriali. Il M5S vorrebbe la Gabanelli presidente, no, Milena deve continuare a fare le inchieste, casomai dandole da dirigere un’intera struttura per fare factory.

Ognuno deve fare il proprio mestiere, gestire un’azienda complessa come la Rai è ben altra cosa. Basta con i Minoli, buoni per tutte le stagioni, grande conoscitore della tv ma anche della politica: dopo Craxi ha frequentato l’intero arco costituzionale. Stop agli illustri direttori della carta stampata: non ce n’è uno che, arrivato in Rai, abbia lasciato traccia, solo delusioni e fallimenti. Basta con gli intellettuali che passano i tre anni in Cda a capire inutilmente cos’è la Rai, o ai teorici alla Pilati, che avrà letto tre libri e scritto una legge, ma la sua conoscenza non è mai stata al servizio del bene comune ma del potere: ieri Berlusconi, oggi Renzi. Le donne proposte lasciamole dove sono: poste, banche, canali tv specializzati che sono ben diversi da quelli generalisti.

La Commissione di vigilanza, per una volta, dovrebbe valutare anche candidati all’interno della Rai: se in questi anni è sempre rimasta leader, nonostante vertici e direttori nominati dai partiti, non sempre all’altezza del compito, un po’ di merito andrebbe riconosciuto a chi ci lavora.

Il Fatto Quotidiano, 4 agosto 2015