Emergono le prime crepe politiche nella candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Il silenzio di Matteo Renzi è oramai assordante, dopo l’entusiasmo iniziale al momento dell’annuncio – e stiamo parlando dello scorso dicembre – il premier si è defilato, lasciando ogni incombenza al fidato vice Graziano Del Rio: troppe le incognite sulla Capitale, come città e come amministrazione spina nel fianco del PD. Per questo Giovanni Malagò ha chiesto un incontro urgente a Renzi, mercoledì mattina a Palazzo Chigi per avere chiarezza anche sul possibile ministero dello Sport e sulla vicenda di Valentina Vezzali, la cui candidatura è stata messa in dubbio dalle colleghe sportive.

Intanto Malagò, nell’ultimo incontro con la stampa, ha ammesso che ci sono problemi. Problemi che per il presidente del Coni non sono ascrivibili alla paura di sprechi di denaro pubblico e infiltrazioni mafiose, ma al “degrado” in cui versa la città. Il premier nell’incontro con il presidente del Coni potrebbe annunciare il suo distacco definitivo dall’operazione Roma 2024. Lasciando comunque il Comitato promotore presieduto da Luca di Montezemolo a gestire un fondo da 60 milioni di euro per la sola candidatura, da presentare entro il 15 settembre, invece dei 10 previsti inizialmente. Comunque vada, per alcuni sarà un successo. Non la pensa così però il sindaco di Boston Marty Walsh, che al momento di annunciare la rinuncia di Boston alla candidatura per le Olimpiadi del 2024 ha detto: “I Giochi non porterebbero un beneficio tale da mettere a rischio oggi il futuro finanziario della nostra città, per questo la cittadinanza fin dal primo momento non si è mostrata favorevole alla candidatura”.

Poi, per chiarire ancora meglio come le Olimpiadi siano un salasso e non un guadagno per le città che le ospitano, ha aggiunto: “Non ho nessuna intenzione di ipotecare i bilanci comunali e il futuro della città”, dicendosi certo che i costi sarebbero saliti rispetto ai 4 miliardi preventivati. Londra per il 2012 ne aveva previsti 4 e ne ha poi spesi tra i 13 e i 20, a seconda dei calcoli. In attesa che il comitato olimpico statunitense decida quale altra città candidare (gli occhi sono puntati su Los Angeles), la rinuncia di Boston e i problemi politici di Roma sono benzina nel motore di Parigi, favoritissima nella corsa all’organizzazione di quelle che sarebbero le sue Olimpiadi del centenario (dopo Parigi 1924) con una strategia low cost già impiegata per gli Europei di calcio 2016.

Le altre candidate europee sono Budapest, Istanbul e Amburgo, dove a novembre ci sarà un referendum cittadino. Mentre sale la candidatura euro-asiatica di Baku dopo i Giochi Europei appena conclusi, un successo organizzativo, tacendo del mancato rispetto dei diritti umani e della libertà di stampa, temi che non sembrano comunque interessare troppo al Cio. Intanto pochi giorni fa il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha annunciato che i piani esistenti per la costruzione dello Stadio Olimpico di Tokyo 2020 saranno abbandonati e sarà disegnato da zero un nuovo progetto: la previsione di spesa per quello vecchio è aumentata da 1 a 2 miliardi di dollari e l’impianto non sarebbe stato pronto per l’inaugurazione prevista ai Mondiali di Rugby del 2019. Chissà se Renzi e Malagò, nell’incontro di domani, oltre che del degrado parleranno anche di questo.

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