La recente notizia della distruzione dei nastri inediti di Amy Winehouse da parte della sua casa discografica è stata presa da molti fan come un ennesimo colpo al cuore. Davvero di Amy non ci resterà che la sua voce e la manciata di canzoni edite, sentite milioni di volte, ma non ancora consumate. Ma, ha spiegato l’AD della Island Records, quello è un modo proprio per tutelare il ricordo di un’artista che, questo vien da pensare guardandosi intorno, è probabilmente destinata a rimanere una delle ultime rockstar. La stessa gentilezza non è stata riservata alla memoria di Amy quando, a cadavere ancora caldo, è stato tirato fuori in fretta e furia Lioness- Hidden treasures, verrebbe da dire, ma nella vita si impara anche dai propri errori, e onore alla memoria sia.

Questo ci rimane, del resto, a quattro anni esatti dalla morte di Amy Jade Winehouse. La memoria. La voce. Le canzoni. La coolness. E un film, Amy- The girl behind the name, disconosciuto dal padre e sui nostri schermi a settembre. Un film che non si sarebbe dovuto fare, sostiene lui, il padre Mitchell. Ma queste son tutte polemicucce. Chiacchiere. Mentre Amy Winehouse è stata ed è tuttora, a quattro anni dalla sua tragica dipartita per overdose, nel suo appartamento affacciato sulla piazzetta di Camden di cui è diventata, e diventa sempre di più monumento storico, pura musica.

La sua voce blues, il suo modo di cantare fascinoso, sporco, il suo aspetto sghembo, imperfetto, e anche per questo bellissimo, il suo richiamare gli anni Sessanta, il mondo del soul, fanno dell’icona Amy Winehouse qualcosa di impossibile da costruire a tavolino, di incredibilmente charmant. Ci si provasse, uno stylist, a ragionare su una cofana improbabile di capelli neri, di una matita e un mascara passato con tanta generosità su dei lineamenti importanti, su quei tatuaggi, su tutti la pipup in topless sul braccio, il decoltè generoso, strizzato nella lingerie nera, il fisico per il resto filiforme. Ci si provasse un producer a sposare motivi R’n B che sembrano usciti dalla Motown o dal repertorio di una Nina Simone, grazie al giovane e già mostruoso Mark Ronson, ma che suonino moderni, attuali, odierni.

Ci si provasse un qualche guru della comunicazione di fare dell’autodistruzione pubblica la strada ricoperta di piastrelle d’oro che porta verso il successo immortale. Amy Winehouse è stata, è, una cantante capace di mettere la propria anima nelle canzoni. Di trasferire un dolore, un male di essere, dentro motivi pop, quasi degli standard. Consapevole, forse, che a cantare il dolore si vive poco, e poi per sempre. Il Club 27, che sembra quasi obbligatorio citare quando si parla di lei, un club fantomatico che vede al suo fianco altri giganti della musica contemporanea, da Jim Morrison a Jimi Hendrix, passando per Janis Joplin, Brian Jones e Kurt Cobain, è in fondo questa cosa qui, un non-luogo augeiano dove si sono ritrovati, loro malgrado, artisti che hanno scorticato la propria anima a beneficio del pubblico, mettendo tutti loro stessi nelle canzoni e cercando sollievo nel lato sbagliato della strada. Lato da cui, Amy, si sarebbe potuta salvare se realmente fosse ricorsa al Rehab di una delle sue hit più famose, come se esiste una possibile riabilitazione all’essere privi di filtri. Miglior modo di ricordarla, oggi, non c’è. Ascoltarsi i suoi due album pubblicati in vita, Frank, del 2003, e Back to black, del 2006. Album che, questa la magia di Amy, suonano fuori dal tempo, ma anche tanto tanto contemporanei. Perdetevi nelle sue canzoni, magari anche nei video di Rehab, di Love is a losing game, You know I’m no good, e Back to black. Lasciate per ultimo proprio il brano che da il titolo al suo secondo album. Lì va di scena un funerale. Un momento tragico, non fosse per la musica e per la sua voce, almeno quelle immortali.