Un’ora e venti di ininterrotte volate vocali su e giù per le strade della contaminazione, in compagnia del pianoforte di Francesco Turrisi, del violoncello di Ben Davis e delle percussioni di Andrea Piccioni: Bobby McFerrin, domenica 19 luglio sul palco di Armonie d’Arte Festival, ha spaziato senza soluzione di continuità regalando inaspettati quanto intensi momenti di pura gioia del suono.

Dopo le due precedenti date di Pescara e Ravello, ad accogliere il dieci volte vincitore dell’ambitissimo Grammy Award ci ha pensato una location d’eccezione come quella di Santa Maria della Roccella, l’imponente monastero incompiuto che doveva essere ultimato, sotto dominio normanno, intorno al 1150 d.c. nell’odierna Borgia, in provincia di Catanzaro. Un festival alle primissime battute quello di Armonie d’Arte, che quest’anno apre con l’autore della fin troppo celebre Don’t worry be happy, il brano che diede a McFerrin gli onori (ma anche gli oneri) del mainstream mondiale. “Qualcuno vuole salire sul palco a fare una danza interpretativa?” chiede il cantante poco dopo l’inizio del concerto, ed ecco spuntare una, no due, anzi tre giovani donne pronte a lanciarsi in felici coreografie sulle note del brillante pianoforte di Francesco Turrisi.

Un pianoforte che di lì a poco verrà suonato a quattro mani, quelle di Turrisi e McFerrin: le prime sulla tastiera, le seconde direttamente sulle corde, in un gioco di leggeri contrappunti generatori di sonorità puntillate dai timbri inusitati. E’ poi l’insieme dei linguaggi a trasformare quello che potrebbe essere un concerto di sola voce (e in ogni caso che voce!) in un’esperienza totalizzante, un vero viaggio nel suono e per il suono, un’àncora mistica per addentrarsi nel mistero delle possibilità sonore e musicali. Un insieme incessante di continui vocalizzi che lasciano ben poco spazio a veri e propri testi cantati, come accade quasi esclusivamente con quello che solo inizialmente sembra essere un blues e che invece diviene in breve un insieme di codici e influenze che fluide rimbalzano tra gli strumentisti della band.

Come poi da tradizione, anche questa volta McFerrin si cimenta nei suoi ben noti dialoghi musicali col pubblico presente, dialoghi che assumono forme sempre nuove e che approdano infine ai celebri botta e risposta su melodie accattivanti sebbene non di semplicissima intonazione. E’ però appena dopo la prima metà del concerto che il pubblico di Armonie d’Arte Festival vive un vero e proprio momento di stasi armonica ed esistenziale: tra la voce di McFerrin e il pianoforte di Turrisi, come già in precedenza con le percussioni di Piccioni, si instaura un felicissimo dialogo, tutto basato su melodie e armonie medio-orientali, note sulle quali il padrone del palcoscenico improvvisa tutta una serie di fraseggi che, senza soluzione di continuità, ci immergono in una notte stellata irta di odori e colori di araba memoria: come per pura magia evocativa un pugno di fuochi d’artificio fanno da contraltare, in lontananza, ad uno di quei momenti che a definirli magici si rischierebbe di ridurne la portata e l’intrinseco valore.

Infine, McFerrin, un po’ come Paganini, non ripete. Una volta sceso dal palco il cantante, pianista, direttore d’orchestra e improvvisatore jazz non ci pensa due volte: dritto e senza indugio alcuno verso la macchina che prontamente lo passa a prelevare. Peccato dunque per gli amanti del bis, che restano questa volta a bocca asciutta. Meglio invece per alcuni giornalisti presenti che, ignari forse di chi fosse McFerrin e non particolarmente avvezzi (o sensibili?) ad ascolti del genere, vanno via lamentando: “Che diavolo, poteva farla almeno una canzone!”.

A vincere su tutti, invece, è la musica: la musica come entità dotata di spirito proprio, quell’essenza che, vivendo di momenti unici e non facilmente replicabili, trova in McFerrin un guardiano fedele, generoso, un amico, compagno e amante del puro suono, quello capace di andare al di là di tutte le barriere.