Corte penale internazionale-Aja

Il 17 luglio, giorno dell’International Criminal Justice Day non è una di quelle ricorrenze che tutti marcano sul calendario, anzi possiamo dire che una ristretta cerchia sa cosa si è ricordato l’altroieri. Eppure, il 17 luglio, del 1998 segnava comunque una data storica: per la prima volta un tribunale internazionale per crimini contro l’umanità, veniva istituito con lo scopo di giudicare crimini e genocidi compiuti in qualunque angolo del globo. Per l’apertura dell’istituzione, 1 luglio 2002 all’Aja, ci sarebbero voluti altri 4 anni ma quel 17 luglio, quando il primo gruppo di Stati ha adottato lo Statuto di Roma, il traguardo raggiunto -almeno sul piano ideale- fu un vero trionfo: 120 Stati accettarono la giurisdizione della futura corte, aprendo alla possibilità che i vertici militari e civili potessero essere giudicati all’Aja.

17 anni dopo (13 dall’apertura dell’Icc) il bilancio merita certamente una riflessione; se da un lato la Coalition for Icc, un’organizzazione ‘ombrello’ che raccoglie le più importanti Ong per i diritti umani al mondo (in testa Amnesty International e Human Rights Watch) che hanno promosso allora la fondazione dell’Icc e ne promuovono oggi l’azione parla di “trionfo”, i dati ci suggeriscono una realtà molto più articolata. William Pace, portavoce della Coalition, racconta: “Dodici anni fa sarebbe stato impensabile che un dittatore si desse alla fuga da uno stato “amico” perché rincorso da un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità” il riferimento è al presidente sudanese Omar Al Bashir, al quale i giudici dell’Aja danno la caccia dal 2009, sfuggito il mese scorso per un soffio alla giustizia sudafricana, che in forza dello Statuto di Roma avrebbe dovuto consegnarlo all’ICC “oggi invece, una cosa simile accade”.

Pace sottolinea anche il clamoroso successo delle adesioni: 123 Stati, oltre 2/3 dei Paesi del mondo accettano la giurisdizione dell’Aja. E qui arrivano anche le critiche: l’Icc, in 13 anni, ha portato a conclusione solo una manciata di casi, che hanno sempre riguardato vicende africane e personaggi di secondo piano. Il primo processo ad un capo di Stato in carica, quello ad Uhuru Kenyatta, presidente del Kenia, si è immediatamente arenato e nel marzo scorso, è stato archiviato. Una pesante sconfitta, solo parzialmente mitigata dall’adesione dello Stato di Palestina, avvenuta ad aprile nonostante la pesante lobby delle potenze mondiali che volevano assecondare il No senza appello di Israele. L’ennesima in Africa, dopo la chiamata dell’Unione Africana al boicottaggio dei lavori del Tribunale: “Si tratta solo di speculazione politica: i casi all’attenzione dell’Icc, infatti, riguardano oggi diversi Paesi, non più soltanto quelli africani. Senza contare che il Pubblico Ministero, Fatou Bensouda è originaria del Gambia e la presenza di personale africano che lavora al tribunale è consistente”, ha tagliato corto Pace.

I pesanti limiti di giurisdizione, la poca cooperazione di alcuni stati membri quando si tratta di “vicende di casa” ed i limiti temporali (solo casi dopo il 2002) hanno certamente tenuto lontana la Corte dall’interesse e dal sostegno della gente anche se, la Corte europea per i diritti umani è un caso esemplare, in alcuni casi la giustizia sovranazionale a tutela dei diritti umani può essere efficace e diventare un punto di riferimento anche per i cittadini comuni. “L’Icc ha potuto giudicare pochi casi e molto circostanziati, rispetto alla mole di produzione giuridica dell’Echr – prosegue Pace – ecco perché la Corte europea ha un forte sostegno popolare che l’Icc ancora non ha”. “Tuttavia – conclude Pace – il caso di Al-Bashir è un esempio concreto di come la Corte Penale Internazionale non possa funzionare senza l’attività dei cittadini: l’esposto al tribunale di Pretoria, concluso con un’ordinanza di custodia cautelare è stato presentato da un’associazione locale per i diritti umani. Se il governo sudafricano non lo avesse aiutato a fuggire, Al-Bashir sarebbe ora all’Aja”.