La riforma del Senato che in questi giorni è nuovamente in discussione sarà un test importante per verificare la tenuta politica di Renzi in un momento di oggettività difficoltà per il governo ed il Partito Democratico. Si pensi agli scandali di “Mafia Capitale”, all’inconsistenza dell’’Italia nella recente crisi greca, al ruolo sempre più subalterno di Renzi rispetto alle linee, perdenti, dettate dalla cancelliera Merkel. Si pensi, ancora, ai dissidi interni al Partito: Renzi può ignorare la “fronda” di Civati, ma non quella di Cofferati, D’Alema e Fassina. E il silenzio di Bersani è assordante. A conferma si aggiunga il fatto che ieri ben 39 deputati del Pd non hanno partecipato al voto sulla controversa riforma della scuola e 5 hanno votato contro.

Ma sarà proprio sulla riforma del Senato che si vedrà se il Capo del governo riuscirà a tenere insieme un Pd in cui si rischia sempre di più la scissione. Sappiamo cosa è accaduto all’interno della Commissione Affari Costituzionali in questi giorni, in cui i “dissidenti” del Pd sembrano intenzionati a “bloccare” la riforma.

Conosciamo il diktat del Capo del governo: elezioni di secondo grado, Camera di nominati e Senato di non eletti. In una parola: consegna del Parlamento al controllo pressoché assoluto dell’’Esecutivo. Se Montesquieu non dormirebbe sogni tranquilli, questi non saranno garantiti neppure agli italiani. Ragioni per ripensare alcune linee essenziali della riforma ve ne sono, ed in abbondanza.

Renzi sa di dover mediare, se non vuole continuare a perdere altri pezzi del suo partito, ma sa anche che fare concessioni proprio sul Senato sarebbe dare un pericoloso segno di debolezza. Per questo si fa sempre più realistica la possibilità di un nuovo patto con Berlusconi: appoggio alla riforma del Senato in cambio del premio alla coalizione anziché alla lista (nel sistema elettorale). Inoltre nel nuovo patto potrebbe anche rientrare la spartizione comune dei posti da occupare nella Corte Costituzionale (di cui, non a caso, nessuno ora parla). Il nuovo patto permetterebbe altresi a Pd e Forza Italia di eliminare dalla prossima competizione elettorale quello che, di fatto, è oggi il partito più forte in Italia: il M5S.