Come si può definire il disegno di legge sulla scuola in discussione alla Camera? Al di là delle definizioni fantasiose che si sono susseguite in aula, nelle piazze e sulla stampa, si può dire un primo, deciso passo verso la privatizzazione della scuola pubblica. Un passo falso o un progetto occulto?

Sono molti gli indizi che fanno pensare a un disegno neoliberista dietro le conclamate ragioni di una riforma che non entra nei problemi della didattica, che non adegua l’insegnamento alla complessità della società contemporanea, ma si limita a modificazioni strutturali e organizzative, nella convinzione che siano sufficienti a risolvere il problema della trasmissione del sapere. Due appaiono i punti nodali: il potere ai presidi di “scegliere” i docenti sulla base delle loro competenze e l’erosione dell’autonomia didattica, la limitazione della libertà d’insegnamento.

L’originaria delega in bianco che una volta le famiglie rilasciavano alla scuola, unica responsabile dell’educazione dei loro figli, ora è ritirata. La ‘buona scuola’ risponde alle esigenze dei genitori e li fa entrare nel merito, persino a far parte del comitato di valutazione dei docenti. Con quali competenze? Con quali esiti? L’autonomia del docente, la sua libertà d’insegnamento, pur garantita dalla Costituzione (all’Art. 33), è così compromessa e condizionata dal rapporto di dipendenza col preside e dalla costrizione a seguire le sue indicazioni per mantenere il posto di lavoro.

A parte l’inevitabile lievitazione del clientelismo, l’opportunità offerta ai dirigenti scolastici di chiamata diretta, senza dover seguire una graduatoria, si presta a sviluppare una formidabile forza di coercizione nei confronti dei docenti, creando una sorta di rapporto gerarchico individualizzato che si sostituisce all’impersonalità (e alla garanzia) del Ministero. Una forma debole di devolution’ del potere pubblico, che tende a spostare sul singolo, sul manager a tempo, la responsabilità e la gestione dei rapporti di lavoro.

Senza che sia scritto da nessuna parte, si dimostra il primo passo verso una privatizzazione della scuola, dove lo Stato gradualmente si libera del ‘peso’ degli insegnanti, lasciati alla libera contrattazione del mercato, assunti da manager sempre più attenti ad attirare contributi privati che assicurino il funzionamento dell’istituto e la manutenzione degli edifici.

Uno Stato sempre meno coinvolto nell’istruzione, disposto ad elargire ‘bonus’ da spendere per le tasse d’iscrizione, in favore delle famiglie meno abbienti, ma sostanzialmente defilato dal problema, col proposito di realizzare una scuola di alta qualità (ma senza oneri pubblici), che solo i privati possono garantire. Un po’ come sta accadendo negli Usa con le ‘charter schools’, che stanno sostituendo le scuole pubbliche, seguendo le indicazioni neoliberiste di Milton Friedman.
Così l’educazione diviene sempre più un fatto quantitativo, un libero mercato in cui offrire un prodotto di consumo, dove si mira alla soddisfazione della clientela.