Il preside di una scuola avrà il potere di “chiamata diretta” degli insegnanti dei propri istituti. L’Aula della Camera al termine del secondo giorno di votazioni, con 214 voti a favore, 100 contrari e 11 astenuti, ha approvato l’articolo 9 del ddl Buona scuola. “Non ci sarà nessun preside-padrone ma un dirigente responsabile e valutato”, ha assicurato il ministro Stefania Giannini, ma tanti tra quelli che anche oggi hanno protestato davanti a Montecitorio restano convinti che questa novità possa aprire la porta a nepotismo, scelte arbitrarie e persino corruzione. “Grazie al provvedimento sulla scuola e alla norma sulla chiamata diretta dei professori da parte dei presidi, farà carriera Agnese, la moglie del Presidente del Consiglio Renzi”, ha detto in Aula il deputato Luigi Gallo. Fallito il tentativo della minoranza Pd di abolire l’articolo: l’emendamento a prima firma Stefano Fassina è stato respinto con i voti di Forza Italia e della maggioranza Pd. A favore solo Sel e M5S.

Il contestatissimo articolo, modificato rispetto al testo originario del Governo (ma non con sufficienti contrappesi a parere di chi ne critica i contenuti) attribuisce ai dirigenti scolastici il potere di conferire ai docenti della scuola l’incarico triennale, che è rinnovabile. La proposta di incarico per la copertura dei posti assegnati alla scuola è rivolta ai docenti di ruolo assegnati all’ambito territoriale di riferimento, dopo la candidature presentate dagli stessi docenti. Nel caso di più proposte di incarico, sarà il docente a dover optare. L’incarico al professore è affidato in modo da “valorizzare il curriculum, le esperienze e le competenze professionali” e il preside può svolgere anche colloqui per poter scegliere i prof del proprio istituto. L’Ufficio scolastico regionale provvede alle assegnazioni dei docenti che non abbiano ricevuto o accettato proposte e, comunque, in caso di inerzia dei presidi. E’ anche possibile l’utilizzo di docenti in classi di concorso diverse da quelle per le quali sono abilitati purché posseggano titoli di studio validi per l’insegnamento della materia in questione, abbiano seguito corsi di aggiornamento e siano dotati di “competenze professionali coerenti”.

Assieme all’articolo 9 è passato anche un emendamento M5s “antiparentopoli” (non ci può essere parentela tra preside e professore della scuola) fortemente sostenuto dai pentastellati.Approvata, poi, anche una altra modifica, stavolta targata Pd che, in nome della trasparenza, introduce l’obbligo di mettere on line sul sito della scuola il curriculum dei professori.

Questo primo taglio di traguardo è arrivato dopo una seduta molto accesa durante la quale la minoranza dem ha chiesto le dimissioni del ministro Giannini: “Lasci il suo incarico – ha esortato Stefano Fassina – per ricostruire un clima più positivo nel mondo della scuola”. “Le opinioni personali sono sempre legittime e richiedono rispetto”, ha commentato in serata la titolare del dicastero di viale Trastevere che per tutto il pomeriggio ha seguito i lavori dell’Aula.

In tarda serata si è poi riacceso il dibattito per un emendamento di Mariastella Gelmini all’articolo 10, che prevede un piano straordinario di assunzioni di precari. Gelmini ha illustrato la propria proposta di modifica che allargava le maglie dei criteri delle assunzioni. Immediatamente dopo è intervenuta con veemenza Manuela Ghizzoni del Pd: “E’ la prima volta – ha detto – che Gelmini si interessa di precari. Aspettavo questo emendamento da anni per poter votare contro”. Ghizzoni, che era presidente di commissione nella scorsa legislatura quando Gelmini era ministro, ha poi spiegato brevemente i motivi di merito per il no, accolto da applausi dei deputati del Pd. E’ quindi intervenuto Antonio Palmieri (Fi), che si è detto “dispiaciuto” per l’intervento di Ghizzoni e per il suo “tono”: “Dispiace un ‘no’ all’emendamento solo perché è stato presentato da un ex ministro”. A difesa della sua ex collega di governo anche Stefania Prestigiacomo. A questo punto hanno preso la parola i deputati di M5s: Silvia Chimienti ha parlato di “finta bagarre” tra Pd e Fi, e Luigi Gallo ha definito il battibecco “un teatrino tra Pd e Pd-meno-l”.