La prima storica volta del Cile accade tra le mura amiche dell’Estadio Nacional di Santiago. Gli uomini di Sampaoli battono l’Argentina e conquistano la Copa America. Un traguardo mai raggiunto dalla Roja nella sua storia, arrivato dopo 120 minuti e sette rigori. Il sigillo lo mette Alexis Sanchez, talento sbocciato a Udine e passato nel Barcellona di Leo Messi che ancora una volta si scontra contro la sua personalissima maledizione in nazionale. Due finali perse in un anno, prima con la Germania ora con i vicini di continente, tengono all’asciutto il miglior interprete di calcio dell’ultimo ventennio. E ancora una volta pioveranno critiche per l’incapacità di incidere sulle finali e più in generale su una Albiceleste, vice campione del mondo e del Sudamerica, ma all’asciutto di trofei dal 1993. Un’eternità soprattutto se si tiene conto della quantità di talento a disposizione dei commissari tecnici. Il “Tata” Martino ha potuto lasciare in panchina Tevez e usare a partita in corso Lavezzi e Higuain, il primo per l’infortunio di Di Maria e l’altro per scelta tattica. Un lusso, insufficiente però per piegare il Cile, spinto dai 45mila del Nacional, in passato teatro delle peggiori nefandezze del regime di Pinochet e trasformato in una serata di luglio di 42 anni dopo nel prato verde più “rosso” del mondo.

La Roja di Sampaoli sfrutta l’onda d’urto dei tifosi ma soprattutto conferma quanto di buono aveva già fatto vedere – con minori risultati ma identico vigore – un anno fa in Brasile, quando solo una traversa negò la cacciata della Selecao. E dopo furono i rigori a negare la gioia a una nazionale che meritava già allora di entrare nel gotha. Il destino ha voluto che la Coppa America sia arrivata proprio grazie ai penalty che l’avevano condannata un anno fa. Non sbaglia nessuno, mentre dall’altra parte Banega e Higuain tradiscono il buon inizio di serie firmato da Messi. L’attaccante del Napoli – già decisivo in negativo con un errore sotto porta nei secondi finali dei tempi regolamentari – calcia alle stelle “bissando” il disastro contro la Lazio che ha negato la Champions League al club di De Laurentiis. Non trema invece Alexis Sanchez, trascinatore dei suoi nel corso della partita e autore del rigore-partita. Una trottola inafferrabile per De Michelis, contenuta a fatica da Mascherano e dagli esterni. Impreciso però, l’ex Udinese, al momento di concludere in almeno due occasioni. Un match maschio, combattuto, aspro al limite della correttezza. Non boxe, ma a tratti poco ci è mancato. Ha vinto l’agonismo sulla tecnica: un fattore che ha fatto pendere la bilancia a favore dei cileni, certamente meno talentuosi ma con maggiore fame e convinzione.

Uomo ovunque l’interista Medel, una scheggia lo juventino Isla, il solito toro Arturo Vidal, freddo dal dischetto il viola Mati Fernandez e non intercettabile Sanchez che ha saputo fermarsi da solo in un paio di limpide occasioni. A una ricca pattuglia di “italiani” sorridenti (anche l’ex Napoli Edu Vargas, Pizarro e Pinilla in panchina) fa da contraltare una sfilza di delusi tra le fila argentine. Tra attuali o ex del nostro campionato piangono Romero, Biglia, Pastore, Lavezzi, Higuain, Pereyra, Roncaglia e Tevez. L’ultima volta che l’Argentina alzò una Copa America a indirizzare la finale fu un italiano d’adozione, Gabriel Omar Batistuta. L’ex idolo di Firenze firmò una doppietta contro il Messico il 4 luglio 1993. Esattamente ventidue anni dopo l’Argentina aspetta ancora, il Cile fa festa grande per il suo primo storico successo. Meritato. E stra-festeggiato nelle città, guardando a quel vicino separato da un confine lungo oltre 5000 chilometri. Dall’altra parte della frontiera, per una notte, il clima è stato dimesso mentre a Santiago esplodeva la festa.

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