“Il mero voto minimo di laurea quale requisito di accesso ai concorsi non sarà più sufficiente”. Si tratta dell’emendamento 13.38 votato ieri alla Camera di un parlamentare del Pd inserito nella legge delega di riforma della pubblica amministrazione.

Che cosa significa e quali conseguenze potrebbe determinare non è argomento da esperti di diritto ma riguarda direttamente la vita di quei milioni di italiani che hanno figli che studiano e studieranno nelle scuole ed università del Paese. Si tratta, e lo affermo senza giri di parole, di un dannatissimo attacco alla struttura unitaria della formazione dei nostri giovani.

Avere inserito il principio (appunto caro parlamentare del Pd!) il principio all’interno di una legge delega non serve a sminuirne la sua carica eversiva nei confronti del nostro sistema educativo. Forse è utile richiamare alla memoria quanto già accadeva nel 2009 con i ministri Gelmini e Brunetta impegnati verso l’obiettivo di abolire il valore legale del titolo di studio considerato un temibile freno allo sviluppo di una società liberale.

Peccato che, allora come oggi, questi “moderni” politici dimenticano o fanno finta di dimenticare quanto l’articolo 33 della Costituzione, inserito nel titolo II, quello che prevede i rapporti etico-politici, considera quali pilastri fondanti il valore legale del titolo di studio: l’ordinamento didattico e l’esame di stato. Purtroppo dopo l’assalto alla regolamentazione dei rapporti di lavoro, dopo la vituperata “buona scuola” si assiste alla ennesima mutazione genetica di un partito, quello democratico, che sembra avere raccolto nelle idealità il testimone lasciato da un evanescente centrodestra.

Si fa una gran fatica a non pensare ai tantissimi studenti che saranno esclusi “per censo”, solo per censo dal mondo del lavoro perché provenienti da scuole ed università di serie B.

Penso innanzitutto a me, quando giovane e brillante studente liceale prima e di medicina poi, sono riuscito a qualificare e specializzare il mio indirizzo di studi in un Paese che mi offriva da Aosta a Lampedusa la possibilità di studiare e lavorare senza barriere economiche pre-giudiziali.

Qualcuno intervenga prima che sia troppo tardi, qualcuno faccia comprendere ai parlamentari dei partiti di maggioranza che, in un momento di grande difficoltà economica come quello che stiamo attraversando, la soluzione dei problemi dovrebbe derivare da una maggiore condivisione e non dalla brutale e violenta esclusione dei più deboli.