Non s’era mai visto nulla del genere prima d’ora: una battaglia a colpi di spot. C’eravamo quasi abituati all’uso incredibilmente spregiudicato della propaganda video da parte dell’Isis, articolato non soltanto in format, ma anche organizzato secondo un vero e proprio palinsesto, che ho avuto modo di analizzare a fondo nel mio ultimo libro.

Nessuno si aspettava però che, un bel giorno, un’altra delle formazioni in campo nella guerra che sta insanguinando la Siria avrebbe risposto all’Isis esattamente col suo stesso linguaggio. Cioè, con un video girato, montato e confezionato in modo impeccabile e con uno stile praticamente identico a quello di al-Furqan, la casa di produzione che ha firmato i video più terribili con esecuzioni di massa dello Stato Islamico .

Protagonista di questo nuovo colpo di scena è il gruppo Jaysh al-Islam (Esercito dell’Islam) nato dalla joint venture tra il Fronte di al-Nusra (affiliato ad al-Qaeda) e Ahrar al-Sham, altra formazione di ribelli che si oppongono al regime di Assad. Ecco com’è andata.

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Il 18 aprile scorso i miliziani del Jaysh catturano dei combattenti dell’Isis e li processano per “crimini contro la popolazione di Ghuta”, alla periferia di Damasco, già teatro di una strage attribuita ad Assad. La sentenza è immediata e vengono subito giustiziati. Qualcuno coglie anche l’occasione per filmare tutto e si realizza un video, che però non viene ancora diffuso per polemiche interne sull’opportunità di mostrare o meno la punizione (come abitualmente farebbe l’Isis).

Nonostante la temporanea censura, intorno al 10 maggio cominciano a circolare ugualmente fotogrammi del video. Si vede una fila di combattenti del Jaysh vestiti con le tute arancione, quelle che l’Isis fa indossare alle sue vittime, mentre accompagnano 18 mujaheddin dello Stato Islamico, vestiti di nero e incatenati, verso il luogo dove verranno giustiziati.

In rete scoppiano subito polemiche sull’autenticità delle foto. C’è chi è sicuro che si tratti del solito trucco con Photoshop e della “solita” propaganda (non si sa bene di chi). Altri affermano addirittura che si tratti delle foto di scena da una fiction televisiva di prossima uscita (e dove? sui canali della tv siriana?). Nemmeno l’onnipresente Rita Katz con la sua agenzia SITE Intel, riesce a dare una spiegazione.
Il 25 giugno, l’Isis diffonde un video in cui vengono sgozzati 12 combattenti di Jaysh al-Islam. La reazione è immediata. È il momento della vendetta. L’Esercito dell’Islam rompe gli indugi e mette in onda il trailer del video da cui erano state tratte le foto contestate in rete. Poi, il 30 giugno, il video integrale. Gli “esperti” di complotti cascano dalle nuvole, era tutto vero. Nei venti minuti di girato si rovesciano le parti: le vittime diventano gli esecutori dei boia. Un incredibile schiaffo all’Isis.

Peraltro, Jaysh al-Islam non è nuovo a questo genere di provocazioni indirizzate allo Stato Islamico: lo scorso febbraio, a Duma, rievocò il rogo del pilota giordano Muaz Kasasbeh mettendo dentro una gabbia dei bambini vestiti con le tute arancione e poi distribuendo le fotografie e il video di questo inaspettato “flash mob”.

Ma la parte più interessante del video della “vendetta” non è la gag. È una dichiarazione secondo cui l’Isis, fin qui, avrebbe soltanto fatto finta di combattere contro Assad mentre in realtà ha stretto un accordo con lui tradendo tutte le forze che combattono per deporre il dittatore. Se questo fosse vero, sarebbe un’ulteriore conferma che l’Isis è semplicemente un “automa” programmato per destabilizzare il Medio Oriente, ma la vera regia di questo palinsesto ha ben altri programmi.

Una cosa è certa: oltre metà di questo conflitto si combatte a colpi di spot.