Le notizie che in questi giorni si susseguono aorticamente circa i destini della Grecia di Tsipras non possono lasciarci indifferenti. È una storia che ci riguarda direttamente, e non solo perché, genericamente, “siamo tutti in Europa”, come usa dire con tono rassicurante e normalizzante. Ci riguarda da vicino perché la Grecia è un’immagine vivente – e, non nascondiamocelo, terrificante – del nostro Paese, se resteremo all’interno della dittatura del mercato e della Troika pudicamente chiamati Unione Europea.

Grecia, proteste del partito Syriza contro le misure di austerità

La vicenda della Grecia e della proposta di referendum ci insegna che il sistema eurocratico sta crollando. Certo, faranno di tutto per impedire l’uscita della Grecia dall’Eurozona: non tanto per ragioni economiche (ché la Grecia, in fondo, è poca cosa rispetto ad altri Paesi economicamente più importanti), quanto piuttosto per ragioni simboliche. Se la Grecia uscisse, ciò costituirebbe un esempio per gli altri popoli della sventurata Europa. Sarebbe, di più, la prova che la retorica dell’irreversibilità dell’euro e dell’Unione Europea è solo un’ideologia che dichiara intrasformabile l’esistente al solo scopo di renderlo tale.

La Grecia potrebbe, quindi, essere il primo Paese ad andarsene dalla moneta unica. A pensarci bene, sarebbe una contraddizione macroscopica, per due ragioni: a) ve la immaginate un’Europa… senza Grecia? Cioè senza la sua culla, senza la civiltà da cui l’Europa storicamente è sorta! b) la democrazia nacque in Grecia più di duemila anni fa e ora sta morendo in Grecia, complici la dittatura del mercato e della Troika, ma poi anche della nuova guerra economica che la Germania – stavolta con l’euro e non più coi carri armati – ha dichiarato a mezza Europa.

Giova ricordare ciò che di per sé è arcinoto (con Voltaire, occorrerà ripetersi finché non si sarà capiti): l’Unione Europea segna la provvisoria vittoria del neoliberismo e dei dominanti nella lotta di classe (oggi riconfigurata come massacro di classe, in cui i dominati subiscono in silenzio), come peraltro limpidamente emerge da quelle che, con diritto, possono essere considerate le sue tre principali tendenze economico-politiche: a) l’abbassamento del debito tramite drastiche privatizzazioni e continui tagli alla spesa pubblica; b) la lotta in nome della competitività esterna, in senso globalista e mercatista, con annesso abbassamento dei costi del lavoro e dei salari per poter reggere il confronto con le altre realtà e con i Paesi emergenti; c) l’incessante ricorso a “manovre” (Renzi è uno specialista in ciò), “aggiustamenti strutturali” e “riforme”, praticate sulla carne viva della popolazione agonizzante e sempre a vantaggio del “finanzcapitalismo” (Luciano Gallino).

Nel 1941, l’eroico Manolios Glezos salì sul Partenone, strappò la bandiera con la svastica e la sostituì con quella della Grecia. Recentemente, novantenne, Manolios è sceso in piazza ad Atene a protestare contro il finanz-nazismo burocratico: la polizia l’ha preso a manganellate e gli ha sparato in faccia gas lacrimogeni. È questo il vero volto dell’Unione Europea, che sta all’Europa di Kant e di Husserl come la Germania di Hitler poteva stare alla Germania di Goethe e di Schiller. Chi la legittima è uno stupido o, peggio, un criminale. La Grecia è il nostro futuro, se rimaniamo nella cattività eurocratica.

“Spezzeremo le reni alla Grecia!”, esclamò a suo tempo Benito Mussolini. Per una imprevedibile e beffarda ironia della storia, lui non ce la fece: vi è, invece, riuscito in pieno il mercato finanziario oggi pudicamente chiamato Europa. È bene, di tanto in tanto, tornare a volgere lo sguardo alla Grecia, alle “tragedie nell’etico” (Hegel) che lì si consumano grazie alla giunta militare di tipo economico della Troika. Ed è bene farlo, perché la Grecia rappresenta la verità dell’Europa, il futuro che attende, presto o tardi a seconda dei casi, gli sventurati Paesi che hanno firmato la loro condanna a morte entrando nella dittatura della moneta unica e di un’unione che, dimentica dei valori europei, ha come unici valori di riferimento la crescita dei profitti e il “fiscal compact”.