“Per me l’uscita della Grecia dall’euro non era prima e non è adesso un’opzione. Da parte nostra la porta è ancora aperta”. Così il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha chiarito quale sia la posizione dei creditori dopo la rottura unilaterale dei negoziati da parte del governo Tsipras, che ha convocato per il 5 luglio un referendum sulle proposte della ex troika invitando però gli elettori a votare no. Juncker ha attaccato duramente le scelte dell’esecutivo ellenico, chiedendo invece al popolo greco di esprimersi a favore del piano di riforme da realizzare in cambio degli aiuti finanziari. “Il no sarebbe disastroso per gli eventi che seguirebbero tale scelta. Tutto il pianeta pensa che un ‘no’ greco significherà che la Grecia vuole prendere le distanze rispetto all’Eurozona e al resto dell’Europa”.

La sostanza del discorso, insomma, è che il piano è ancora sul tavolo, nonostante come sottolineato più volte anche dal presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem la trattativa non fosse ancora conclusa quando i rappresentanti ellenici, venerdì scorso, hanno abbandonato la riunione. Una mossa che era sembrata chiudere ogni spiraglio di accordo, visto che martedì 30 scade il programma di assistenza finanziaria prorogato a febbraio e Atene non sarà in grado di ripagare gli 1,6 miliardi dovuti al Fondo monetario internazionale. Non per niente proprio lunedì mattina Tsipras è tornato a chiedere un’ulteriore proroga delle scadenze.

Juncker non ha comunque risparmiato le accuse a Tsipras, tacciato di “populismo” ed “egoismo”. “Non ci sono 18 democrazie contro una, né una contro 18, non è un gioco di poker”, ha ammonito il lussemburghese, “non c’è uno che vince e uno che perde, o vinciamo tutti o perdiamo tutti. Sono molto rattristato dallo spettacolo che ha dato l’Europa sabato scorso, mi sento tradito. Giochi tattici e populismi hanno avuto la meglio. Dopo tutti gli sforzi della Commissione e di tutte le altre istituzioni coinvolte mi sento un po’ tradito”. Juncker ha poi negato che le controproposte dei creditori siano state un “ultimatum” e un “ricatto“, come ha sostenuto Tsipras, e che il negoziato sia stato lasciato a tecnocrati: al contrario “sono stati colloqui al più alto livello politico”.

Per quanto riguarda il merito delle proposte di Commissione, Fmi e Bce, il numero uno dell’esecutivo europeo contesta in toto la lettura di Atene: “Non è uno stupido pacchetto di austerità, è un pacchetto esigente e ampio ma equo che dà più tempo al governo greco per raggiungere gli obiettivi fiscali. Non ci sono tagli alle retribuzioni, è un’opzione che non è stata mai, mai e poi mai messa sul tavolo, abbiamo proposto solo di modernizzare la griglia salariale del settore pubblico. Né ci sono tagli alle pensioni, ma i cittadini devono sapere che anche il governo greco è d’accordo sul fatto che il sistema previdenziale ha bisogno urgentemente di una riforma per essere sostenibile. In ogni caso il governo potrebbe sostituire alcune misure con altre alternative, basta che i conti tornino”.

In ultima analisi secondo Juncker “si tratta di un pacchetto che crea equità e crescita e punta a un’amministrazione pubblica più moderna e trasparente”. Poi le stoccate al governo di sinistra che ha promesso di ridurre i privilegi ma finora ha fatto poco di concreto in questo senso: “Noi abbiamo proposto anche tagli alla difesa e abbiamo cercato di mettere in discussione interessi costituiti, come gli sgravi fiscali agli armatori: ci ho messo due ore per convincere il governo greco a imporre loro un trattamento meno favorevole. Il prezzo dell’energia e dei beni di prima necessità, poi, è più alto che nel resto di Europa perché manca la concorrenza. Quanto alle imposte sugli utili societari, io ero favorevole ma non se si tratta di una tantum con effetto retroattivo sul 2014″.