Lo Stato Islamico colpisce ancora e lo fa nell’anniversario della nascita del Califfato, nel mese sacro di Ramadan, dopo un anno di bombardamenti e quasi 3 miliardi di spesa militare da parte degli americani e dei loro alleati. E’ ora di cambiare registro e tentare un’analisi realista di quanto sta succedendo.

La tensione tra le oligarchie sunnite e le popolazioni sciite a loro sottomesse è alta, e lo è sempre stata, ma dallo scoppio della primavera araba le proteste sono aumentate fino a diventare a volte vere ribellioni, ad esempio nel Bahrein. E questo giustifica la ricomparsa di una paura antica, condivisa dall’Occidente, che che la rivoluzione iraniana producesse una sorta effetto domino nella penisola arabica.

Oggi a differenza del 1979 il Medio Oriente è in fiamme e fa comodo avere un gruppo come l’Isis a portata di mano per reprimere gli sciiti, e se questo porta ad una guerra di sterminio che ben venga. In fondo l’Isis è stato inizialmente finanziato per questo motivo, per distruggere la dinastia Allawita in Siria e da lì continuare il lavoro di pulizia etnica-religiosa nel resto della regione.

Certo l’Isis è una tigre difficile da cavalcare ma i regimi sunniti del golfo sono stati in grado di domarne una ancora più potente, l’occidente. In fondo dal 1979, da quando l’Iran è diventato una repubblica teocratica ed il nemico numero uno di Washington, il fronte oligarchico sunnita ha avuto mano libera nella regione ed ha usufruito degli aiuti economici e militari dell’Occidente.

In gioco c’è dunque non l’Iraq o la Siria, ma lo status quo di queste nazioni artificiali non perché il Califfato lo minaccia – in fondo lo Stato Islamico si propone come la versione moderna e meno oppressiva di questi regimi sunniti, non sarà difficile per le élite riciclarsi al suo interno – ma perché’ le popolazioni del Medio Oriente sono stufe di essere oppresse. La primavera araba è stata la prima manifestazione di questa insofferenza e l’occidente l’ha ignorata. Dove è intervenuto, in Libia, l’occidente lo ha fatto con il solito spirito di penetrazione economica ed i risultati sono stati disastrosi.

Secondo questa logica gli attacchi in Tunisia mirano a distruggere i timidi risultati positivi ottenuti dalla primavera araba. Se quel modello di cambiamento funzionasse allora potrebbe essere replicato, non solo, rappresenterebbe un’alternativa democratica alla costruzione di un nuovo stato usando la violenza e l’esclusione etnico-religiosa, il modello insomma dello Stato Islamico.

L’indottrinamento e reclutamento da parte del jihadismo sunnita in Tunisia inizia proprio all’indomani della primavera araba. Ed a finanziarlo sono i soliti noti e come nel caso dell’Isis, l’Occidente se ne accorge solo ora dopo due stragi e 3 mila tunisini partiti per entrare nell’esercito dell’Isis.

L’unico modo per affrontare la carneficina in atto nel Medio Oriente e fermare gli attacchi terroristi sporadici in Occidente è smettere di giocare ai buoni ed ai cattivi e mettersi nei panni della popolazione musulmana, non solo quella che anela un cambiamento democratico ma anche quella che difende con le unghie ed i denti privilegi feudali che noi occidentali gli abbiamo regalato. Il che equivale ad essere ‘politically incorrect’. Vediamo se qualcuno ha il coraggio di farlo!