“Podemos deve stare attento a non dimenticare il popolo che lo ha eletto per non diventare un partito tradizionale”. “Il Movimento 5 Stelle? Forte nella fase ‘distruttiva’, meno in quella costruttiva. Noi siamo più istituzionali e abbiamo più democrazia partecipativa”. “La strada per uscire dalla crisi? La politica”. Juan Carlos Monedero, ex responsabile del programma e del processo costituente di Podemos e professore all’università Complutense di Madrid racconta il mondo dalla posizione di chi ha contribuito, almeno per un piccolo tassello, a metterlo in crisi offrendo un’alternativa. “Quello che è successo in Spagna, quello che sta succedendo in Grecia, sono sfide per tutta quanta l’Europa”. Un momento storico potente come una rivoluzione, ma che parte da dentro le istituzioni con generazioni più preparate di chi le comanda e che hanno bisogno di un motivo per mettersi a cambiare le cose. Monedero si è dimesso dal gruppo dirigente di Podemos in polemica con alcune scelte della gestione e ha scritto un libro “Corso urgente di politica per gente decente”. Lo presenta a Milano venerdì 19 giugno (via Romagnosi 3 ore 18), presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli nell’ambito delle attività promosse dalla Linea di ricerca sull’innovazione politica.

Locandina Podemos“Viviamo un momento storico importante”, spiega a ilfattoquotidiano.it. “Affrontiamo una crisi ecologica, economica, lavorativa e migratoria. Il modello neoliberista è in crisi e possiamo finalmente ripensare il contratto sociale europeo”. Una congiuntura che non ricapiterà ancora e in cui, secondo Monedero, i cittadini sono chiamati ad avere un ruolo di primo piano. “Se vogliamo che le idee diventino città”, attacca il suo libro. “bisogna trasformare le parole in secchi d’acqua gelata da rovesciare sulle nostre tiepide teste”. E la filosofia di un cambiamento è tutta in quel proposito troppe poche volte sentito. Che i pensieri costruiscano i grattacieli e si immaginino reale una strada che prima era solo tra i desideri. “Stiamo giocando in un tempo che non possiamo che definire urgente”, continua, “e per questo non possiamo permetterci di perdere l’occasione. L’unico aiuto possibile è quello collettivo, ed è per forza la politica”. Proprio in questo quadro si inseriscono i movimenti sociali: “I partiti politici sono cartellizzati, cioè controllati da poteri economici e non solo. Si è creato così uno spazio chiuso che non fa entrare attori esterni nello schema”. E così sono arrivati gli “indignados”, che secondo Monedero sono una domanda e non una risposta a un’esigenza collettiva: “Il neoliberismo ci insegna che non ci sono alternative, i movimenti sociali lo battono sul suo terreno: ne offrono una”.

M5S? Forte nella fase ‘distruttiva’, meno in quella costruttiva della politica. Noi abbiamo più democrazia partecipativa

Il cambio spagnolo arriva pochi mesi dopo la vittoria in Grecia di Syriza. Tsipras ha promesso un cambiamento che ora fatica a rispettare. Quasi come se il voto non fosse servito a nulla. “Il destino della Grecia”, continua, “è quello dell’Europa. Gli elettori hanno chiesto di opporsi alla Troika, ora il premier greco ha una sola strada: indire un referendum e chiedere ai cittadini come vogliono che si comporti. L’Ue si gioca la sua democrazia su questo punto”. L’Italia non è estranea alla partita: “Il Movimento 5 Stelle ricorda in alcuni suoi elementi Podemos. Ma ci sono alcune differenze significative: il movimento spagnolo ha le sue radici nella sinistra e non è legato a una figura carismatica di leader come Beppe Grillo. Infine il M5S è molto forte nella fase ‘distruttiva’ e meno nella fase costituente della politica: un comportamento buono però per mettere in discussione il sistema, ma Podemos è un movimento più istituzionale e con più democrazia partecipativa”. E il suggerimento ai colleghi oltre confine non è disinteressato perché, come spiega nel libro, è arrivato il tempo che “le formazioni ribelli imparino a conciliare la molteplicità con la necessità di punti di incontro”. Che significa meno “cacofonia” e meno miopia pur mantenendo forte la propria identità di “alternativa al centro” e senza farsi prendere dalla malinconia: il sistema non si cambia in poco più di due anni.

Podemos? Stia attento a non dimenticare il popolo e appiattirsi al centro

C’è però una contraddizione: presentarsi come un’alternativa e doversi sporcare le mani con il vecchio sistema. “Come diceva Rousseau”, spiega Mondereo, “nel momento in cui parliamo di rappresentanti, parliamo di qualcosa che prima non c’era. Significa che quando il popolo manda in Parlamento i delegati, scompare. Ma la verità è che è impossibile giocare fuori dalle istituzioni”.  Secondo uno dei creatori della creatura che si propone di rivoluzionare la Spagna e che a sorpresa ha vinto le elezioni a Madrid e Barcellona, anche i nuovi attori del cambiamento corrono un rischio concreto: “Io con le mie dimissioni dal gruppo ma non dal movimento”, spiega, “ho voluto lanciare un appello: Podemos deve stare attento a non dimenticare il popolo. E’ necessario mantenere un passo dentro e uno fuori le istituzioni. E non dimenticare il lato sociale dell’azione. Il rischio, una volta entrati nell’arena politica, è quello di appiattirsi al centro. Podemos ha molti pregi e ha già ottenuto molte vittorie: lotta a corruzione e disuguaglianze, scelta diretta dei candidati. Ma adesso non deve piegarsi alle logiche elettorali per non diventare un partito tradizionale”.

Nuove generazioni di ‘pessimisti speranzosi’ possono cambiare il sistema

Morale della storia, viviamo in un grande caos che è comunque lo si guardi un momento di opportunità per uscire da un modello che, secondo Monedero, è fallimentare. E la fiducia è nelle nuove generazioni: “E’ paradossale: i giovani sono figli del mondo neoliberista e per questo sono conservatori. Ma hanno un potenziale molto forte: sono preparati per far fare un ‘salto’ al discorso e sono esclusi dallo stato sociale di cui hanno goduto i loro genitori. Per questo devono riuscire a reagire. E’ necessario però dare loro lo stimolo e convincerli che è la politica l’unica strada. Io li definisco ‘pessimisti speranzosi‘: pessimisti perché figli del neoliberismo, speranzosi perché hanno gli elementi che permettono di costruire un’alternativa”.