Con Ornette Coleman se ne va un pezzo di storia del jazz, quella con la S maiuscola. Si può dire che insieme a Coltrane è stato il musicista più innovativo degli anni Sessanta e che con una sparuta pattuglia di musicisti è stato, dopo Charlie Parker, quello che più ha dato un’impronta al jazz moderno, anzi lo ha inventato, perché la corrente del free jazz prende il nome da un suo disco manifesto del 1960. Se io suono e con me generazioni di musicisti, è perché prima c’è stato lui e come tutti i grandi visionari questo suo essere avanti lo ha penalizzato e lo ha fatto soffrire per anni e seppur nella storia della musica il suo nome compaia insieme ai più grandi, da Bach a Beethoven, c’è ancora oggi chi non gli riconosce questo ruolo.

Nato a Fort Worth nel Texas, come da copione orfano di padre e in una famiglia poverissima, imbraccia il sax da bambino e a 14 anni lo troviamo con band del più grezzo R&B esibirsi nei più malfamati locali-bische della città tra risse, prostitute, papponi e biscazzieri tanto che gli capitò spesso di assistere a risse mortali. Una volta fu aggredito a Baton Rouge e preso a calci e pugni, e inoltre gli ridussero a pezzi il saxofono. Una vita piena di amarezze che lo avrebbero segnato indelebilmente. Negli anni Cinquanta vivacchiò a Los Angeles ma cominciò a conoscere musicisti che gli sarebbero poi rimasti vicini per anni. Come in molte storie jazz, dovette fare mille mestieri per sbarcare il lunario e solo la musica non bastava: fece il portiere e per anni il fattorino d’ascensore e nel tempo libero cominciò anche a studiare su libri di musica perché fino ad allora era stato completamente autodidatta. Seguiva inoltre una sua linea di look che lo portava con barba e lunghi capelli a sembrare “un Cristo nero”, come dice Don Cherry, il trombettista che da subito capì di avere a che fare con un genio puro.

Intorno a lui si formò una piccola corte di musicisti come il batterista Billy Higgins, il bassista Paul Bley e pochi altri con i quali incise anni dopo (nel 1960) il disco Free Jazz. Opera fondamentale, titanica, epica. Registrato con un doppio quartetto che raggruppava i più bei nomi dell’epoca, oltre ai già citati Cherry, Higgins, Haden compariranno Dolphy al clarinetto basso, Hubbard alla tromba, Blackwell alla bartteria, La Faro al basso. Il disco è composto da un brano unico della durata di 36 minuti di improvvisazione collettiva, per un lavoro che sotto improvvisazioni estemporanee, o meglio libere dalle tradizionali strutture armoniche, cela un rigore formale unico. Musica che ha rivoluzionato il modo di percepire il jazz e il rapporto tra i musicisti. Musica che all’epoca fa gridare allo scandalo e oggi, dopo più di cinquant’anni, fa ancora discutere. Lui la metteva sempre sul semplice. In un’intervista diceva: “Si tratta proprio di un’improvvisazione. C’erano soltanto un breve arrangiamento iniziale e un paio di appuntamenti nella parte centrale, nient’altro”.

Naturalmente la carriera di Coleman non finisce con Free Jazz ma annovera una lunga serie di ottimi e fondamentali dischi da Tomorrow is the Question del 1959 a Skies of America del 1972, sempre improntati al versante della ricerca. Uomo timido, schivo, un po’ chiuso in se stesso, in piena rivoluzione Black Power non ha mai manifestato in tono eclatante le proprie idee contro il razzismo e la segregazione razziale, che pure aveva provato sulla propria pelle. Lui lo ha sempre fatto imbracciando il sax o il violino o strani strumenti a fiato di plastica che inventava. Anche negli anni Ottanta, Novanta e Duemila, anni che lo hanno visto riconosciuto Maestro di musica, ma anche simbolo della lotta dei neri afroamericani. Ornette lascia tutti i musicisti jazz un po’ orfani, e chi da giovane ha abbracciato il linguaggio del free jazz che lui aveva inventato, non può fare altro che onorarlo restando fedele alla sua massima “La musica prima di tutto”.

di Gaetano Liguori