Seguendo una prassi tipica anche del precedente – e suo primo – governo, David Cameron anche questa volta ha fatto parlare qualcun altro. Questa volta, a commentare le questioni europee e a rivelare le vere intenzioni dell’esecutivo, è stato il sindaco di Londra, Boris Johnson, che lo scorso 7 maggio è stato eletto anche parlamentare per il seggio di Uxbridge e South Ruislip. “Se le contrattazioni falliranno – ha detto Johnson – il Regno Unito deve essere pronto a uscire dall’Unione europea per avere un glorioso futuro”. Ecco così, dalla bocca del biondo ed esuberante primo cittadino, emergere quella che sembra la vera tattica di Cameron: invocare lo spauracchio del referendum per la ‘Brexit’ soprattutto per spingere gli altri Paesi europei a concedere a Londra ulteriori libertà di manovra. Concessione che ora sembra ancora lontana, ma più la consultazione si avvicinerà e più, c’è da giurare, la diplomazia farà il suo lavoro per strappare concessioni a Bruxelles.

Del resto, lo scorso 27 maggio, Cameron ha fatto promettere un referendum “dentro o fuori l’Ue” anche dalla regina Elisabetta II. Il ‘Queen’s speech’, il discorso della sovrana, per tradizione è scritto dal governo in carica e viene letto dalla monarca all’apertura di Stato del parlamento. Però far dire alla regina che l’elettorato del Regno Unito sarà presto chiamato a dire la sua è stata una mossa molto audace, è stato quasi un dare un ‘sigillo reale’ alle promesse di Cameron, che soprattutto a partire dalle elezioni europee di maggio 2014, vinte e stravinte dall’Ukip euroscettico di Nigel Farage, ha cominciato a parlare con sempre più insistenza del referendum.

I conservatori sono sempre stati tendenzialmente contrari alle pressioni e alle richieste di Bruxelles, è vero. Ma secondo molti analisti e commentatori tutto questo antieuropeismo Tory avrebbe trovato un’accelerata solo in seguito alla competizione con Farage e con la sua truppa, che alle europee prese appunto il 27% delle preferenze, arrivando poi a formare un grosso gruppo (euro)parlamentare insieme anche al Movimento Cinque Stelle italiano. Un’accelerata anche un po’ camuffata, se è vero che neanche Cameron – così si narra – vorrebbe veramente uscire dal recinto comunitario. Ora il premier Tory affida a Johnson e ad alcuni suoi potenti ministri l’aut aut nei confronti della burocrazia comunitaria. Un ultimatum giunto anche dal ministro degli Esteri Philip Hammond, che parlando con la Bbc ha detto: “Se i nostri partner non sono d’accordo con noi, non lavorano con noi per stilare questo pacchetto di riforme, allora non escludiamo niente. Avremo bisogno di cambiamenti ai trattati”.

Ma che cosa vuole esattamente Cameron? Di che cosa ha bisogno il Regno Unito per mettere da parte le velleità di uscita dall’Unione? Il tour di Cameron successivo alle elezioni è stato in effetti assari rivelatore. Il leader conservatore è andato in Polonia – grande Paese che fornisce al Regno Unito tanti immigrati – e in Olanda (Paese tradizionalmente pro-Gran Bretagna), in Francia e in Germania, dove ha incontrato la cancelliera Angela Merkel. E dai colloqui sono emerse alcune delle volontà del regno di sua maestà.

Londra vuole meno controllo da parte della giustizia europea, anche se la riforma della legge sui diritti umani, per esempio, è stata per il momento accantonata. Ma Londra vuole anche più libertà nel contrasto all’immigrazione, anche a quella che proviene dagli stessi Paesi membri dell’Ue. Meno ‘benefit’ (assegni sociali e aiuti di Stato) per chi risiede da poco tempo, no al ‘turismo della salute’, no al ‘turismo degli aiuti sociali’. Un fronte che si è fatto forte, negli ultimi anni, anche grazie allo spauracchio per quei tanti europei dell’est (bulgari, romeni, lituani, lettoni, polacchi soprattutto) che stanno arrivando in massa al di qua della Manica.

Ma Londra vuole anche contribuire molto meno al bilancio comunitario (una cosa che spaventa tutti gli altri Paesi, Italia inclusa) e vuole di sicuro preservare la forza della sua moneta, la sterlina, sempre più forte nei confronti dell’euro. Pochi giorni fa il presidente della commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha detto che David Cameron vuole usare il referendum per “legare” permanentemente il Regno Unito all’Europa. I ministri dell’esecutivo, Tory al 100% questa volta, hanno espresso le loro rimostranze ufficiali. Ma forse in quello che ha detto Juncker c’è una profonda verità: Londra vuole stare nell’Unione europea, è vero, imponendosi tuttavia le sue proprie regole di appartenenza.