A sei mesi dall’inchiesta che squassò Roma svelando una rete di corruzione manovrata da una organizzazione criminale capace di infiltrasi e minacciare, di inquinare appalti o estorcere imprenditori e di coinvolgere anche l’ex primo cittadino, Gianni Alemanno, la Procura di Roma ha chiesto ed ottenuto il giudizio immediato per 34 delle persone coinvolte nell’inchiesta su quella che gli stessi inquirenti hanno battezzato Mafia Capitale.

A deciderlo è stato il gip che lo scorso dicembre accolse la tesi della procura di contestare ad alcuni degli indagati l’articolo 416 bis, l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra i destinatari del provvedimento tutte le figure di spicco finite in carcere nel dicembre scorso con l’accusa, tra le altre, di associazione per delinquere di stampo mafioso. Processo al via il 5 novembre per Massimo Carminati, detenuto al 41 bis dal 23 dicembre scorso, e gli altri protagonisti di quella “Terra di mezzo” teorizzata dall’uomo ritenuto il capo per spiegare la commistione, la corruzione, il filo rosso tra criminali e colletti bianchi: “È la teoria del mondo di mezzo compà. …. ci stanno . . . come si dice . . . i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo … e allora …. e allora vuol dire che ci sta un mondo… un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano… come è possibile… che ne so… che un domani io posso stare a cena con Berlusconi”.

Davanti ai giudici anche Salvatore Buzzi, l’uomo delle cooperative, il braccio operativo dell’organizzazione, il personaggio che in una intercettazione diceva: “Pago tutti” e che custodiva il libro mastro delle tangenti. Buzzi è anche l’uomo che al telefono diceva che con gli immigrati si fanno più affari che con il traffico di droga, a conferma della poliedricità degli interessi e del business di Mafia Capitale.

A giudizio anche l’ex ad di Ama, Franco Panzironi fotografato mentre stringe la mano a Buzzi e mette in tasca una busta, che secondo gli inquirenti di Roma, conteneva una mazzetta. Per Panzironi il Tribunale del Riesame aveva confermato il carcere e l’aggravante di aver agevolato una associazione mafiosa. Come del resto era avvenuto per Luca Odevaine, ex capo della polizia provinciale di Roma e ed ex vice capo di gabinetto di Walter Veltroni, che lo scorso marzo ha ammesso di aver intascato soldi che l’uomo delle cooperative gli dava: “Avevo un ruolo di facilitatore e spiccia problemi”.

“Noi siamo molto contenti che si vada a giudizio immediato, così guadagniamo tre mesi sulla sentenza. Abbiamo sempre detto che vogliamo fare il processo e confrontarci in dibattimento con la procura per dimostrare prima di tutto che l’accusa di mafia non regge – dice l’avvocato Giosuè Naso, legale di Massimo Carminati – .Prevedo che Carminati non sarà presente fisicamente in aula perché la procura chiederà di farlo partecipare in videoconferenza, e il tribunale difficilmente deciderà in modo diverso”. L’avvocato di Carminati difende anche altri due imputati nel processo, il presunto braccio ‘militare’ del boss, Riccardo Brugia, e il manager Fabrizio Testa.