La verità sul caso Lo Voi è che il Csm, nominando il magistrato al vertice della procura di Palermo, ha violato “i consueti canoni di giudizio attitudinale”, con una scelta che non è scorretto definire “trasgressiva”: ovvero effettuata in aperta profanazione delle regole. Parola di Giovanni Fiandaca, il giurista palermitano che da qualche tempo ha dichiarato guerra al pool Stato-mafia e a tutta quella fetta dell’attività giudiziaria svolta a Palermo, da Caselli in poi, che si è avvalsa del reato di concorso esterno in associazione mafiosa per perseguire i fiancheggiatori e i suggeritori occulti (colletti bianchi, 007 e pezzi di apparati) dell’organizzazione criminale.

Fiandaca, ovviamente, vuole abolire il “combinato disposto” del 110 e 416 bis, inventato da Falcone proprio per raggiungere la zona grigia della borghesia mafiosa, ma soprattutto vorrebbe distruggere dalle sue fondamenta il processo sulla trattativa Stato-mafia, poiché ritiene che i magistrati dell’accusa che lo hanno concepito siano affetti da “grave deficit di preparazione giuridica e professionalità, profonde carenze di cultura costituzionale, e/o gravi scorrettezze di comportamento passibili di censura disciplinare”. E difatti un anno fa, l’illustre accademico palermitano firmò di suo pugno un libello (La mafia non ha vinto) per sostenere non solo l’assoluta legittimità di un’eventuale interlocuzione tra boss, carabinieri ed esponenti del governo, ma anche la totale infondatezza dell’accusa mossa ai rappresentanti dello Stato: quella di aver veicolato il ricatto stragista fino al cuore delle istituzioni per piegarle alle richieste del “papello” di Totò Riina.

Ora Fiandaca torna sui suoi passi, e dalle colonne del Foglio squaderna la sua “verità sul caso Lo Voi”, ragionando sulla nomina del neo-procuratore di Palermo recentemente bocciata dal Tar del Lazio, che ha contestato al Csm la prevalenza del candidato con il curriculum più scarso, rispetto ai più titolati concorrenti Guido Lo Forte e Sergio Lari. Il giurista ce la mette tutta per sostenere Lo Voi, ma lo fa con un’argomentazione così pirotecnica che rischia di tradursi in un imbarazzante “siluro” per il neo-procuratore di Palermo costretto, ora, a ricorrere al Consiglio di Stato per mantenere la sua poltrona.

Cosa sostiene, in sostanza, Fiandaca nell’incredibile outing a mezzo stampa? Che è vero: pur di spedire Lo Voi al vertice della procura di Palermo, il Csm ha violato “i canoni consueti di giudizio attitudinale”. Ma che l’unica vera ragione per cui l’ha fatto risiede nella necessità di imporre una “discontinuità” con “l’attività giudiziaria antimafia” di cui sopra (Caselli & co), e imprimere una “svolta deontologica additante modelli di magistrato antimafia più compatibili con i principi fondamentali dello Stato di diritto”. Se un errore, insomma, il Csm ha commesso, è per Fiandaca quello di non aver avuto l’audacia di motivare la propria scelta senza ipocrisie: secondo l’indomito giurista, infatti, piuttosto che ripararsi dietro il paravento di Eurojust, descritto come “lo snodo fondamentale della straordinaria carriera di Lo Voi” (argomento totalmente demolito dal Tar), il plenum avrebbe dovuto spiegare apertamente la necessità di “arrestare e prevenire”, a Palermo, “i guasti e le derive di una certa antimafia fondamentalista”.

Ecco a cosa è servita, insomma, la “trasgressiva” (sic) promozione di Lo Voi, voluta in modo compatto dai componenti laici di centro-destra e di centro-sinistra, che persino Fiandaca sospetta condizionati dalle “preoccupazioni informalmente emerse in alcuni ambienti politico-istituzionali”, a proposito del processo sulla trattativa Stato-mafia. E a questo punto è d’obbligo ricordare il conflitto di attribuzione con la procura di Palermo sollevato dall’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano, che l’estate scorsa bloccò – tramite il segretario del Colle Donato Marra–  la prima votazione del Csm, favorevole a Lo Forte, in base ad un principio mai applicato: l’ordine cronologico per coprire le procure vacanti.

Ma c’è di più. Per l’arguto docente di diritto penale, l’unica strada a disposizione del Csm per motivare adeguatamente la scelta di Lo Voi e la bocciatura di Lari e Lo Forte, era proprio quella di “fare un processo al processo sulla trattativa”, spiegando che “le carenze e le scorrettezze”, lungi da essere “addebitabili solo ai singoli pm”, sono “geneticamente” da collegare a errate scelte di politica giudiziaria “imputabili a loro volta a magistrati che, con funzioni direttive o semidirettive, si sono avvicendati nel gestire la procura palermitana”. Forse lo stesso Lo Forte, ex aggiunto di Caselli? Forse lo stesso Lari, ex aggiunto di Grasso, seppure all’epoca non del tutto a lui allineato?

Fiandaca, in sostanza, invoca un processo a ritroso che rimetta in discussione tutta una gestione del contrasto a Cosa nostra, probabilmente dal caso Andreotti in poi, da quando cioè un pezzo della procura di Palermo ha avviato le inchieste più scottanti sull’intreccio tra mafia e classe dirigente, inaugurando quella che un certo garantismo peloso ha bollato come invasione di campo delle scelte discrezionali della politica. L’obiettivo? Stroncare l’esito finale di questo percorso: il procedimento penale sulla Trattativa, appunto, che per Fiandaca, fantozzianamente, è una “boiata pazzesca”. Per raggiungere il traguardo, a quanto pare, il giurista ritiene Lo Voi l’uomo giusto al posto giusto: e pazienza se il suo curriculum non è adeguato. Che vuoi che siano queste sottigliezze davanti all’esigenza della “discontinuità” invocata a Palermo come necessaria palingenesi?

Ma quella che l’illustre accademico prefigura, pur sostenendo di voler restare rigorosamente “nel quadro del disegno costituzionale’’, appare in pratica come una significativa modifica del Csm che dovrebbe acquisire un nuovo potere, estraneo al dettato della Costituzione: imprimere e addirittura rivendicare indirizzi di politica giudiziaria (“arrestare” e “prevenire” l’antimafia cosiddetta “fondamentalista”), bocciando procedimenti in corso e promuovendo incarichi non sulla base dei “consueti giudizi attitudinali”, ma su innovative pagelle di “compatibilità” (i succitati “modelli” di magistrato antimafia) con un’idea dello Stato di diritto magari non del tutto sgradita a quegli “ambienti politico-istituzionali” sempre più spesso preoccupati dalle incontrollabili “derive” degli uffici inquirenti.

La “svolta deontologica” auspicata da Fiandaca per far piazza pulita del processo sulla trattativa Stato-mafia e del pezzo più significativo dell’antimafia giudiziaria (lo stesso che è costato la vita a magistrati inquirenti del calibro di Falcone e Borsellino) suona dunque un tantino sinistra, soprattutto se a firma di un insigne giurista che gravita ideologicamente in zona Nazareno. Oltre a costituire un involontario, e persino comico, de profundis per Lo Voi, che l’esperto docente di Palermo paragona in ultima analisi ad un qualsiasi raccomandato: un candidato promosso con evidente arbitrio, camuffato solo da un’ipocrita motivazione. Viva la sincerità.