In occasione della Giornata Mondiale contro l’Omofobia il Capo dello Stato ha invitato la società a impegnarsi per “abbattere i pregiudizi dell’intolleranza” e sostenere “l’inclusione come obiettivo sociale”. Le parole di Mattarella riposizionano il dibattito sulle questioni legate al Genere in una zona franca, da cui è forse possibile ripartire per ribadire alcuni punti fermi. Nei mesi passati, infatti, si è diffuso all’interno del discorso pubblico il concetto di “Ideologia di Genere”: un’etichetta arbitraria, non neutra, applicata a quello specifico settore delle scienze sociali che da quasi cinquant’anni si pone precisi interrogativi sulla costruzione del maschile e del femminile. Un settore, questo, attraversato da punti di vista diversi e a volte in opposizione, tanto che non è corretto parlare di “Teoria di Genere”, ma di Teorie di Genere, al plurale.

A dispetto di quanto spesso leggiamo, le Teorie di Genere non vogliono cancellare la differenza sessuale. Anzi: proprio il riconoscimento di tale differenza è alla base della riflessione di questo particolare settore di studio. Due i concetti centrali: da una parte il sesso, inteso come carattere biologicamente determinato (dalla genetica, dalla morfologia del corpo e dai caratteri sessuali). Quando si parla di “maschio” e di “femmina”, o di “differenze sessuali”, ci si riferisce a questa specifica dimensione. Dall’altra il genere, insieme delle attribuzioni che costruiscono il ruolo dell’uomo e della donna in un particolare momento storico, sociale e culturale. Ad esempio, l’ingresso delle donne italiane in magistratura risale al 1963. Fino a quel momento erano state escluse perché considerate “per natura irrazionali” e “incapaci di giudicare”, a causa del ciclo mestruale. Quello che oggi ci appare come un grave caso di discriminazione di genere, poco più di cinquant’anni fa sembrava un ragionamento legittimo in virtù di un’evidenza biologica. Sesso e genere sono infatti legati da un rapporto dinamico, complesso e mutevole che ci permette di mettere in questione ciò che è considerato “tipicamente maschile” e “tipicamente femminile” (in termini di tratti, qualità, inclinazioni).

Altra cosa ancora è riflettere sull’orientamento sessuale, cioè sulle preferenze sessuali e amorose degli individui. Chiamare in causa a sproposito questa dimensione quando si parla di Teorie di Genere e di Educazione al Genere, e sostenere che attraverso di esse si voglia condizionare l’orientamento sessuale delle persone, è una semplificazione diffusa e grossolana molto comune.

Se il concetto di “ideologia di genere” emerge all’interno del discorso pubblico italiano in tempi relativamente recenti, non si può dire lo stesso degli studi che hanno per oggetto il Genere. Il primo corso in Women’s studies (letteralmente, Studi delle Donne) venne infatti proposto nel 1969 alla Cornell University (Usa); negli anni successivi nacquero corsi di laurea dedicati a queste tematiche in tutte le università statunitensi. Secondo una lista stilata da Joan Korenman, fondatrice del dipartimento di Women’s studies all’Università del Maryland, ad oggi esistono nel mondo più di 900 fra corsi di laurea, dipartimenti e centri di ricerca accademica dedicati agli Studi di Genere. In questo panorama, l’Italia si distingue per l’assenza di dipartimenti dedicati a questi temi e secondo una ricerca di InGenere.it, nel 2103 gli insegnamenti in Gender Studies attivati nei nostri atenei erano solo 57: lo 0,001% dell’offerta formativa complessiva. Un settore di competenza, fra l’altro, considerato quasi esclusivamente femminile. L’87% delle docenti sono infatti donne.

In questo quadro, si possono comprendere le ragioni della continua banalizzazione, o peggio distorsione, dei presupposti delle Teorie di Genere. La generale mancanza di strumenti che contraddistingue questo specifico settore del dibattito pubblico nel nostro paese rappresenta uno dei nodi da affrontare per promuovere un dibattito consapevole e finalmente costruttivo.

(ha collaborato Chiara Gius)