C’è stato anche un bel pezzo di Calabria sul red carpet del Festival di Cannes. Mediterranea, opera prima di Jonas Carpignano, giovanissimo regista italo-afro-americano, in concorso nella Semaine de la Critique, sezione parallela di quella ufficiale il cui compito è scoprire nuovi talenti. Già perché per Filmaker Magazine Carpignano è tra i 25 volti del cinema da tenere sott’occhio. Applausi da standing ovation alla fine della proiezione, ottime recensioni sulla stampa internazionale (a partire dal britannico The Guardian), accordi per la distribuzione all’estero siglati e l’orgoglio d’aver rappresentato i Sud nel tempio del cinema internazionale. Perché Venezia, Berlino, Roma… ma Cannes ha quel fascino Côte d’Azur che solo il Paese dei fratelli Lumière sa emanare.

Mediterranea (co-produzione Italia/Francia/Usa/Germania/Qatar), girato tra Marocco e Calabria, racconta la storia vera d’uno sbarco. Un film sulla “precarietà della globalizzazione che si riflette in questo angolo di Calabria” ci dice Jonas. Un lungometraggio che nasce dal corto A chjána, Leone d’oro a Venezia 2011 nella sezione Controcampo. La storia è quella di due migranti del Burkina Faso, Ayiva e Abas, che attraversano il deserto, raggiungono la Libia e da lì riescono nella drammatica impresa dello sbarco a Lampedusa. Arrivano a Rosarno dove però non impattano con il mondo sognato. Qui lavoreranno alla raccolta delle arance, saranno costretti a confrontarsi con i pregiudizi legati allo Straniero e verranno coinvolti nella rivolta.

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Jonas: 31 anni, capelli rasta, occhi a mandorla, sorriso disarmante, scuola di cinema alla New York University. Jonas: padre italiano (tra le più lucide intelligenze marxiste), madre afroamericana delle Barbados, nonno direttore pubblicitario (tra gli autori del popolarissimo Carosello), sostanzialmente apolide, oggi tra i protagonisti del cinema indipendente americano. Jonas che, come sorridendo dice Marta Petrusewicz (brillante storica mitteleuropea trapiantata in Calabria, tra i pochi storici del Mezzogiorno in giro per il mondo), “è una speranza”. Lui ama definirsi un italoamericano birazziale.

È stato tra i primi ad arrivare nella Piana di Gioia Tauro, a Rosarno, immediatamente dopo la rivolta del 2010, quando i lavoratori migranti impegnati nella raccolta degli agrumi, vessati dai caporali che li sottoponevano ad una Stagione all’Inferno: 25 euro al giorno di paga (trasporto ai campi escluso, acquisto di stivali, guanti e cesoie esclusi), furono aggrediti da balordi del luogo con fucili ad aria compressa e protestarono. A Rosarno doveva restare 5 giorni. Non è più andato via. E nel cast scorrono neorealisticamente attori tutti non professionisti, gente del posto, a partire da Norina Ventre, per tutti (calabresi e non) Mamma Africa: 83 anni, cooperante impegnata nella Piana in uno straordinario lavoro d’accoglienza. Perché “l’Italia per me è Rosarno” dice Jonas e “il film non è solo su di loro ma esce direttamente da loro”. E a Rosarno, dove ha realizzato una piccola struttura di produzione, girerà il suo prossimo film, ambientato nella comunità rom di Gioia Tauro. Già perché la rarefazione della luce in Calabria è tale che girare qui è diverso che altrove. Una regione da studio cinematografico en plein air. Del resto, nei cassetti della Regione giace un progetto di riconversione dell’area industriale di Lamezia in studi di produzione cinematografica e televisiva, che sarebbe un bel modo d’investire sulla creatività come occasione di crescita d’una comunità che dovrebbe puntare di più sull’immateriale.

E in tutto ciò la Calabria Film Commission (sito www.calabriafilmcommission.it under construction!) cosa fa? Resta a guardare! Un presidio culturale che non lontano da qui fa faville. Succede in Puglia, succede nella vicina Basilicata, dove un calabrese di talento dirige la Lucana Film Commission e la Basilicata diventa esempio virtuoso di utilizzo di fondi comunitari sull’audiovisivo mentre Matera s’avvia, da qui al 2019, a diventare Capitale europea della Cultura. In Calabria invece, in questi anni, la sensibilità è stata tale che l’amministrazione targata Scopelliti, irriverente verso qualsiasi criterio meritocratico, l’ha affidata ad un giovane commercialista reggino che all’indomani della nomina si è affrettato ad affermare candidamente che lui di cinema non ne capiva un granché, perché lui “film non ne vede”, preferisce la Tv. Roba che non sai se ridere o piangere!

Fiduciosi in un nuovo corso della creatività d’una regione dove, a dirla con Corrado Alvaro, anche le pietre spruzzano intelligenza.