La riforma della scuola è passata alla Camera. Ora toccherà al Senato. Il ddl 2994 potrà subire ancora modifiche dell’ultima ora, ma l’impianto è già abbastanza chiaro. Ed è altrettanto evidente che fine faranno gli aspiranti docenti, cioè quelli che nei prossimi anni usciranno dall’università con in mano una laurea magistrale (o un diploma accademico di secondo livello per le discipline artistiche e musicali) e vorranno diventare insegnanti. Lo riporta una delega al Governo contenuta nell’articolo 23: i vincitori del concorso nazionale per l’assunzione (il primo messo in agenda è nel 2016) si portano a casa un contratto di formazione e di apprendistato della durata di tre anni. Solo chi supera questa fase può sottoscrivere un contratto a tempo indeterminato. “Una mossa illegittima – commenta Domenico Pantaleo, segretario nazionale Flc Cgil –, che prevede uno stipendio ridotto, e la precarietà anche se uno ha superato un concorso pubblico”. Della paga non si sa ancora nulla di preciso, ma si ipotizza un minimo di 400 euro mensili. Luigi Gallo, deputato Cinque Stelle, lo definisce “una specie di Jobs act applicato alla scuola, una vergogna!” e domanda: “Non bastava un anno di prova?”.

Dunque, niente più Pas, Tfa, Scuole di specializzazione. Tutti esperimenti del passato da archiviare. Gli 80mila insegnanti esclusi dal pacchetto delle centomila assunzioni, che l’anno scorso hanno sborsato circa tremila euro per abilitarsi (sostenendo oltre tre mesi di lezioni, una serie di esami scritti e orali e una tesi finale), non sono contenti di competere con i neolaureati. Per ottenere la cattedra dovranno partecipare al concorso, anche se a loro verrà risparmiato l’apprendistato triennale. Molti, ricordiamolo, hanno già 15 anni di servizio alle spalle.

Per quanto riguarda il personale Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari), c’è il rischio di nuovi tagli. L’articolo 8 del ddl sulla “Buona scuola” prevede la ripartizione dell’organico dell’autonomia tra “ambiti territoriali” all’interno delle provincie e la promozione da parte degli uffici scolastici regionali di reti di scuole dello stesso territorio entro il 30 giungo 2016. Per arrivare alla “gestione comune di funzioni e di attività amministrative” (oltre che “alla realizzazione di progetti o di iniziative didattiche, educative, sportive o culturali di interesse territoriale”). Per Gallo si tratta di “un taglio mascherato che porta alla riduzione ulteriore del personale ata”. Pantaleo della Cgil ricorda che l’ultima legge di stabilità ha stabilito un taglio di 2.020 posti ata a partire dal primo settembre 2015 per consentire al Governo di risparmiare 50milioni di euro. “Sono già pochi – aggiunge – figurarsi se il personale che rimane, ridotto all’osso, avrà voglia di accollarsi anche i compiti di altre scuole”.