Berlusconi venderà Mediaset? L’ipotesi, così inverosimile da sembrare assurda, è stata rilanciata da diversi giornali, suggerita dalle difficoltà del gruppo nei ricavi pubblicitari e nella pay tv. Fosse vera, sarebbe la fine di un’epoca, di un trentennio di televisione incardinato sul duopolio Rai-Mediaset, sistema che ha condizionato il potere politico del periodo. In controtendenza alle voci di dismissioni, si ventilano le ipotesi dell’assorbimento di Rcs-libri da parte di Mondadori, e dell’ingresso del gruppo in Telecom, la qual cosa dovesse verificarsi modificherebbe profondamente gli equilibri del mercato rilanciando alla grande l’azienda di Segrate.

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Il grafico illustra l’andamento dei ricavi pubblicitari di Mediaset. Fino al 2000, la pubblicità arrivava copiosa, con tassi di crescita reale a due cifre, grazie al fatto che gli inserzionisti avevano scoperto nella Tv commerciale il migliore traino per avvicinare i consumatori. La società dei consumi è stata generata dalla pubblicità televisiva. La situazione cambia dal 2001, e in particolare dal 2007-8 quando la grave crisi economica taglia di netto gli investimenti delle aziende in pubblicità. Ad aggravare la crisi si aggiunge lo stato di difficoltà della Tv generalista, che registra continui cali di ascolto. Se anche l’economia dovesse riprendersi, la pubblicità Tv difficilmente ritornerebbe ai trend di un tempo: la pubblicità preferisce adesso quei mezzi che consentono un contatto più diretto con i consumatori.

In questa situazione, la Tv generalista perde in redditività, ma rimane importante se è parte di un sistema di comunicazione più articolato.

Nella pay, gli abbonati a Sky sono stimati in 4,5 milioni, quelli di Mediaset Premium in circa 1,8milioni. Sull’argomento, segnalo quanto scrive Marco Mele: “…La crescita degli abbonati di Sky, è dovuta soprattutto ai talent (X Factor e Masterchef) e alla fiction seriale, da 1992 al Trono di Spade. A quanto sembra, è meno dovuta al calcio e allo sport. Quante chiacchiere, in passato, sul fatto che sport e cinema erano le killer application della pay…”

Gli spazi per due grandi operatori di pay sono limitati ed è probabile che si arrivi a soluzioni che stemperino la “guerra” fra competitor, che oltretutto è poco funzionale anche per gli abbonati.

Il management di Mediaset, a fronte delle notizie sul ridimensionamento, ribatte che il gruppo, la cui solidità (per gli analisti) non è messa in discussione, punta ad alleanze con altri operatori (anche per allargare la filiera produttiva), e questa ipotesi sembra la più realistica.

I problemi sono semmai legati alla politica, che finora ha condizionato le fortune delle imprese Tv.

Agli inizi degli anni Novanta, in coincidenza con la fine della “prima Repubblica”, Mediaset (e la Rai) fu coinvolta in una pesante crisi. La causa fu un improvviso calo della pubblicità, a seguito della guerra del Golfo. Il gruppo fu quasi “commissariato” dalle banche, ma dopo poco tempo, grazie alla ripresa della pubblicità e alla quotazione in Borsa (evento storico per il gruppo, abituato fin allora a una proprietà famigliare), l’azienda riprese slancio.

Furono anche gli anni della famosa “discesa in campo”. Il fatto che il proprietario di Mediaset fosse anche il leader politico più importante (che poteva condizionare indirettamente le scelte dell’unico concorrente, la Rai) ha contribuito non poco al rafforzamento dell’azienda.

Quanto condizionerà il governo oggi? Si limiterà a dettare solo le regole o vorrà “gestire” il mercato (la tentazione di un nuovo capitalismo di stato è tanta)? Matteo Renzi ha affermato che bisogna finirla col “capitalismo di relazione”. Sarebbe splendido se così fosse, se le aziende editoriali potessero concorrere fra loro con le sole “armi” del mercato, a tutto vantaggio dei consumatori finali e delle libertà, rescindendo quegli scambi di “favori” fra i media, i partiti e i potentati economici che inquinano l’informazione.

Si abolisse intanto l’Italicum dell’informazione, per il quale chi governa prende tutto!