Il programma di privatizzazioni del governo italiano deve tornare ad essere “più ambizioso”. A raccomandarlo, allineandosi agli auspici della Commissione europea, è il Fondo monetario internazionale nel rapporto diffuso al termine della missione dei suoi tecnici a Roma per il consueto monitoraggio annuale. “Gli obiettivi delle privatizzazioni sono stati abbassati nel Def rispetto alla legge di bilancio: sarebbe opportuno ritornare a quegli obiettivi più ambiziosi“, si legge nello statement finale, in cui l’Fmi definisce “un passo positivo” la vendita di azioni di Enel messa a segno a fine febbraio.

Gli ispettori di Washington esprimono comunque un generale apprezzamento per le riforme avviate dall’esecutivo Renzi – “ottime“, “hanno anche ridato fiducia” – sottolineando però che la “sfida” dei prossimi anni è la piena realizzazione di quelle misure e l’Italia deve “approfittare del momento propizio” per accelerare gli sforzi. Il riferimento è alla famosa “finestra di opportunità” aperta dal calo dei tassi di interesse e dei prezzi del petrolio e dal cambio euro/dollaro particolarmente favorevole. Una congiuntura che Roma, in fase di riemersione “da una pesante recessione”, deve sfruttare per “rilanciare la sua economia”. In particolare il Jobs act, secondo il Fondo, “darà incentivi migliori su assunzioni e formazione” e “migliorerà la riallocazione dei lavoratori tra le imprese”, ma restano “elementi ancora da attuare”.

Per quanto riguarda la crescita dell’economia italiana, il Fondo ha rivisto al rialzo le stime sul Pil rispetto alle previsioni di aprile e ora ritiene che quest’anno il progresso del prodotto sarà dello 0,7% e nel 2016 dell’1,2 per cento. Ad aprile le previsioni si fermavano rispettivamente a +0,5% e +1%. Il capo delegazione della missione in Italia, Petya Koeva Brooks, ha spiegato che il rialzo delle stime è dovuto ai “buoni risultati” del primo trimestre. Le “misure decise” del governo sono state fondamentali per far uscire l’Italia dalla recessione, ma ora “è necessaria una crescita molto più forte per ridurre la disoccupazione e il debito più velocemente”.

L’analisi del Fondo, ha detto Brooks, si è concentrata su tre aree: “Il basso livello della produttività, la ristrutturazione dei bilanci bancari e il taglio della spesa finalizzato ad abbassare le imposte”. Per quanto riguarda le banche il nodo è sempre lo stesso: i crediti difficili o impossibili da recuperare, che secondo i dati diffusi proprio lunedì dall’Abi hanno superato quota 190 miliardi di euro ma arrivano a 350 se si considerano anche gli incagli. Secondo il Fondo i prestiti in sofferenza hanno raggiunto un livello record del 18 per cento “diventando una questione di importanza sistemica“. Perché quella zavorra induce gli istituti a concedere con difficoltà nuovi prestiti alle piccole e medie imprese. Servono quindi, si legge nel documento dell’Fmi, azioni che “rafforzino i bilanci” liberando “risorse per nuovi prestiti a imprese e settori produttivi”. In particolare il Fondo sollecita a definire “limiti di tempo per le svalutazioni delle sofferenze incoraggiando le banche ad affrontare il problema in tempi più rapidi e riducendo lo stock di sofferenze”.

“All’interno di una strategia globale”, ribadisce l’ente presieduto da Christine Lagarde, “un mercato dei debiti in sofferenza potrebbe rivestire un ruolo importante: bisognerebbe incoraggiare imprese private per la gestione degli asset, anche attraverso misure normative e incentivi fiscali per la cessioni dei prestiti non performanti”. Quanto all’ipotesi di una struttura sostenuta da fondi pubblici, l’Fmi evidenzia come “se opportunamente concepita e in linea con le norme europee sugli aiuti di Stato, potrebbe far ripartire il mercato degli asset tossici“.

Sul fronte del deficit, il Fondo avverte che i rimborsi dovuti ai pensionati in seguito alla sentenza della Consulta “non dovrebbero modificare” gli obiettivi di bilancio di quest’anno e il prossimo. Il “modesto consolidamento fiscale dello 0,25% del Pil previsto dal Def” viene considerato “adeguato”, in quanto “un moderato uso della flessibilità offerta dal Patto di stabilità e crescita potrebbe sostenere il programma di riforme strutturali e creare spazio per ulteriori tagli di imposte”. Sempre tenendo presente questo obiettivo, le clausole di salvaguardia “dovrebbero essere compensate da tagli alla spesa per evitare dannosi incrementi delle tasse“.