CALVARIO di John Michael McDonagh – GB 2013, dur. 101 – Con Brendan Gleeson, Kelly Reilly

Quattro minuti di confessionale. Primo piano del silente padre James. La voce del confessato risuona sinistra: da ragazzino è stato abusato dai preti più volte, quindi ne ucciderà uno tra una settimana. Non un prete cattivo, “troppo facile”, ma uno “buono”, e sarà proprio padre James. Inizia così Calvario, come una specie di thriller, anche se poi si stratifica immediatamente come tragico racconto venato di humor nero, piacere intelligente della provocazione e linguaggio esplicito su sesso e morte. Padre James governa senza troppi fronzoli le poche anime di un paesino irlandese sulla costa atlantica. Carrellata di eucarestia in apertura e subito il carrello scorre sulle vite dei paesani visto che tra di loro si cela il potenziale assassino. Non che il protagonista indaghi, o abbia voglia di farlo, piuttosto padre James subisce le angherie, i soprusi, le battute acide e i violenti livori dei compaesani, dal più ricco al più povero, tutti terribilmente uguali nel non avere riserve sulla loro disillusa fede nel cattolicesimo (peraltro il clero viene rappresentato in modo maldestro e ridicolo). L’immagine respira freneticamente in campi lunghi sull’oceano, poi in febbrili e nervosi campi e controcampi in interni, per arrivare ad un finale di autentica e immensa tragicità in riva all’oceano. Calvario parla di sopportazione infinita del male che cade come un macigno su un martire caricato dei peccati del mondo, e non sulla solita pletora di pecorelle smarrite che sono invece asettici lupi. Il massiccio Brendan Gleeson, abito talare nero e barbona fittissima, è semplicemente perfetto. 4/5

MAD MAX: FURY ROAD di George Miller (II) – Usa/Australia 2015, dur. 120 – Con Tom Hardy, Charlize Theron

Se per avere un reboot come Mad Max: Fury road a George Miller servono 30 anni di pausa e la regia di Babe ed Happy feet, allora di filmini coi maialini e i pinguini ne giri altri dieci. Perché questa lunga attesa è valsa davvero a qualcosa: Mad Max versione Tom Hardy- Charlize Theron è l’apice di una saga già di per sé ad alto livello adrenalinico. La struttura del reboot è semplicissima: in uno scenario postapocalittico dove manca l’acqua ,un camion partito dalla cittadella del dittatore Immortal Joe, con una nobile ribelle senza un braccio alla guida, devia improvvisamente il percorso per tornare alla terra natia. In un batter d’occhio una caterva di veicoli a motore insegue la donna per acciuffarla, mentre a lei si aggiunge Max fino a quel momento tenuto prigioniero nelle celle del dittatore. La fuga verso la redenzione, con tanto di gineceo reale da difendere sul camion, è un’apnea d’azione ininterrotta per almeno un’ora e un quarto, con sequenze leggermente accelerate in mezzo a quattro scenari differenti (sabbia, rocce, acquitrini notturni e di nuovo deserto) con relative popolazioni motorizzate (monster truck a go-go, ma anche simil Harley) a popolarle. Dialoghi catatonici che non fanno penetrare emozioni, ma solo istinto di morte e/o salvezza, Mad Max corre velocissimo verso la dimensione epica del racconto e la gloria del mito, con una u-turn geografica a venti minuti dalla fine che lascia senza fiato nei duelli tra guerrieri appesi e penzolanti da jeep in corsa. Miller oltre a creare definitivamente una saga, e a tenersela stretta, apre a nuove possibili diramazioni future. Il gippone con amplificatori, con suonatori di tamburi e chitarrista metal appesi, che funge da colonna sonora diegetica rimane idea visiva scolpita nella storia del genere. 4/5

ONE MORE DAY di Andrea Preti – Italia 2015, dur.95 – Con Andrea Preti, Stefania Rocca

Il modello Andrea Preti, agli onori del gossip per il probabile flirt con Eleonora Berlusconi, esordisce al cinema. Uno sforzo mica da poco: scrive, dirige e recita da protagonista. E One more day è un racconto melodrammatico di formazione – forse un po’ fuori tempo massimo a livello anagrafico – di un ragazzone dedito al teatro, con una violenta disgrazia familiare alle spalle, madre distratta, e l’amore per la matura psicologa malata terminale. Esibiti con grazia un po’ di nudi posteriori, molta emotività viene trattenuta dalla marmorea recitazione di Preti, anche se mescolando infinite dissolvenze con sviolinate stridenti il protagonista riesce a rivivere e superare i traumi familiari e affettivi del passato. Tagli di luce tendenti alle soap, un po’ più laccato e sinuoso nella messa in scena, attori di rispetto che non la buttano mai in vacca (Stefania Rocca e Andrea Renzi) e con una specie di “fool” shakesperiano che appare ad intermittenza, One More Day finisce spesso per ondeggiare nel mare magnum del didascalico italiano. Le intenzioni sembrano buone, nulla vieta ritentare. 2/5

IL RACCONTO DEI RACCONTI di Matteo Garrone – Italia 2015, dur. 125 – Con Vincent Cassel, Salma Hayek.

Tre racconti/fiaba ambientati nelle corti di ricchi re tardomedioevali per tre parabole sul desiderio femminile che si susseguono divise ognuna in tre parti e montate in modo consequenziale, con alcuni personaggi che si incrociano nel prologo e nel finale. Nelle consolidate trame narrative apparentemente neorealiste di Garrone irrompono incantesimi, orchi, mostri giganti e scorticamenti, ma l’inanimata freddezza del trattamento lascia quantomeno attoniti. La magia, il fascino, la naivité di un mondo fantastico reinventato, anche con poveri mezzi tecnici (e non è il caso di questo film)  solitamente palpitano, vivono, impattano, lanciano qualcosa contro gli occhi, lo stomaco, il cuore dello spettatore. I Tale of tales, invece, preventivati e costruiti kubrickianamente a tavolino, precisione millimetrica dal dettaglio sanguinolento ai collari secenteschi dei cortigiani, rimangono inanimati ed inerti, come se l’attesa dell’esplosione di un florilegio di colori e manie fosse sempre rimandata alla sequenza successiva. In fondo gli spunti allegorici di Basile invece di dare libero sfogo ad una possibile dimensione fiabesca alla Garrone, ne ingabbiano il talento espressivo fino a ieri libero di cavalcare tra ombre sfocate e mostruosità corporee del contemporaneo (Reality e L’imbalsamatore, su tutti). Tanto che l’appiattimento di funzioni e sussulti pialla persino le performance delle star hollywoodiane indistinguibili nella loro rara opacità di ruolo con il saltimbanco italiano o la pulce gigante. Più Pinocchio di Benigni che un qualsiasi unghia insanguinata di Cronenberg. Mutuiamo un parametro di giudizio dalla rivista Segnocinema: L’ho visto ma non l’ho sentito