“La cosa più importante in un mio concerto solistico è la prima nota, o le prime quattro note. Se hanno sufficiente tensione, il resto del concerto viene poi da solo, quasi naturalmente”, afferma il pianista di Allentown, Keith Jarrett, classe 1945, 70 anni compiuti lo scorso 8 maggio (e il 18 suonerà al Teatro San Carlo di Napoli per un’unica data italiana). Per marcare questo anniversario la ECM – etichetta storica del pianista – ha pubblicato due suoi album: uno di classica, “Barber/Bartók/Jarrett” e un altro jazz, “Creation”. Quest’ultimo disco è frutto di un gran lavoro da parte di Jarrett, il quale ha ripreso in mano tutte le registrazioni dei concerti del 2014 selezionando le improvvisazioni con cura certosina e mettendo insieme momenti che hanno permesso di dar vita ad una nuova “creazione” in grado di splendere di luce propria.

“Creation” rivela una potenza lirica straordinaria (“Part V” ne è un esempio), e le prime battute di “Part II”, con il loro delicato cromatismo richiamano velatamente Chopin, oltre a rimarcare quanto in un concerto di Jarrett tutto si decida negli istanti che uniscono il silenzio che precede l’inizio e il primo grappolo di note (o linea melodica) suonate. Un concerto di Keith Jarrett – se riesce a filare liscio – è un atto creativo totale e richiede uno sforzo enorme da parte del pianista che sembra diventare tutt’uno con il pianoforte, cerca un dialogo, lo si può sentire accompagnare con la voce alcuni passaggi; è in lotta, in continua tensione, proiettato verso la ricerca di una fusione che possa generare la luce. E l’ambiente, così come il pubblico, giocano un ruolo fondamentale nella riuscita del concerto. Il silenzio preteso dal pianista – che lo si trovi giusto o pretenzioso – è elemento probabilmente imprescindibile per l’ascesa dell’improvvisazione. Ecco perché ogni concerto solistico di Jarrett è un’esperienza unica; e se nella memoria di molti quello di Köln (1975) resterà monumentale, nel cuore di Jarrett il concerto di Vienna (registrato nel 1991) resta inarrivabile.

L’album “Facing You” (1971) sancisce il sodalizio con la ECM e presenta qualche punto di congiunzione con l’approccio che Jarrett darà ai suoi concerti successivi: silenzio iniziale, silenzio finale, e tra questi due estremi un costante fluire di musica, pause, e continui cambi di dinamica che lasciano confluire all’interno dell’improvvisazione i generi più diversi. Ecco perché ancora oggi “Facing You” è uno dei dischi più belli del musicista. Keith Jarrett ha alle spalle una carriera infinita che negli anni settanta lo vedeva addirittura occupato su due fronti stilistici differenti: quello statunintense con il quartetto che comprendeva Haden, Motian e Redman, e quello europeo con un altro quartetto formato da Garbarek, Danielsson e Christensen.

Una carriera caratterizzata da alti e bassi, con scelte che spesso hanno fatto storcere il naso ai critici, ma appare oggettiva sia la sua assoluta proprietà tecnica – frutto anche della formazione classica – sia la capacità che spesso ha avuto nello spingersi oltre i confini, allo scopo di ampliare la propria musica con molteplici influenze. Sarà anche per questo che Miles Davis – musicista eternamente devoto al mutamento e abile nell’unire i musicisti giusti al momento giusto – si lasciò affascinare dalla fervida creatività di Jarrett, tanto da volerlo nel suo gruppo (1970-1972): “Keith and Jack (DeJohnette) dettavano dove andava il suono e l’impostazione del ritmo. Loro alteravano la musica, e successivamente proprio la musica spingeva se stessa fuori, verso qualcos’altro. Nessun altro poteva suonare la musica in questo modo, perché nessuno aveva Keith e Jack”.