Non per interrompere le trasmissioni renziane o esagerare con il puntiglio, ma il governo s’è scordato di Viale Mazzini. In ordine, Matteo Renzi ha garantito: un decreto per spennare i gufi, un canale senza pubblicità, un amministratore delegato invincibile, un palinsesto Rai traboccante cultura, la cacciata a pedate dei partiti. Poi sul contributo dei politici s’è corretto, e fa scivolare il potere di nomina dai parlamentari in Vigilanza agli stessi deputati e senatori in aula.

La riforma Rai, che prevede un’impercettibile modifica al testo di Maurizio Gasparri, giace a palazzo Madama, in Commissione Trasporti e Comunicazioni. Il tema non viene neanche messo all’ordine del giorno, ma pare che i renziani e i forzisti siano d’accordo a scoprire l’impellenza fra un paio di settimane. Perché Renzi è consapevole che la riforma Rai sarà osteggiata dall’opposizione dem e, come spesso accade, s’affida al vecchio pattista Silvio Berlusconi. A Forza Italia l’intervento di Renzi su Viale Mazzini piace moltissimo, proprio perché non interviene per niente. Piace a Mediaset, piace all’ex Cavaliere. Qualche tempo fa, per calmierare i sospetti, palazzo Chigi ha fatto trapelare una idiozia, che un po’ di giornali hanno riportato volentieri: con la riforma del fiorentino, Mediaset potrebbe smarrire un gruzzolo di pubblicità perché Viale Mazzini avrebbe limiti più ampi di affollamento, e dunque potrebbe accatastare più inserzioni. Con un obiettivo, spiegano gli aedi renziani, di abolire il canone. E forse, ma sul punto sono prudenti, regalare rose e casse di vino.

Il guaio per la Rai non è lo spazio che manca per la pubblicità, ma le aziende che latitano per riempirlo. E poi, seppur il ddl di Renzi dovesse ricostruire il tetto agli spot, resterebbe in vigore il Testo unico per i servizi audiovisivi. In realtà, la riforma Rai non dà fastidio al Biscione e non interessa a Renzi, è una pratica da sbrigare, molto noiosa. In attesa che palazzo Chigi riprenda la riforma dagli scantinati di palazzo Madama, non prima di aver informato Forza Italia, in Viale Mazzini stanno zitti e fermi. Il famigerato accorpamento dei telegiornali è un documento che il dg Luigi Gubitosi potrà conservare e appendere nel prossimo prestigioso ufficio che andrà a occupare: per adesso, il progetto non viene attuato e Gubitosi ha bloccato la preparazione del trasloco. Complice la lentezza del governo, il Cda, in scadenza a giugno, potrebbe trattenersi almeno fino a metà luglio. E se la riforma dovesse soccombere in Commissione e tardare l’esordio in aula a Montecitorio, il presidente Anna Maria Tarantola e il collega Gubitosi potrebbero prolungare la permanenza per l’estate.

Quando il comando è incerto, in Rai c’è una rara euforia. I dirigenti fanno ricorso per riottenere lo stipendio oltre il limite dei 240.000 euro. Per spergiurare che la Rai ha bisogno di riforme urgenti, ai renziani bastano i convegni. Quest’anno si godono un bilancio in attivo per la vendita di Rai Way e la pubblicità dei Mondiali, l’anno prossimo saranno dolori. Non riguarda Renzi, figurarsi Gubitosi. Chissà dove sarà.

Il Fatto Quotidiano, 10 maggio 2015