A questo punto sarebbe stato meglio che Nicola Cosentino dal carcere di Terni avesse presentato una lista e si fosse candidato direttamente alla guida della Regione Campania. L’ex sottosegretario all’Economia, nell’ipotesi in cui fosse caduta la misura di prevenzione, sarebbe stato candidabile ed eleggibile. Chiunque avesse presentato -infatti-  ricorso al Tar avrebbe scoperto che Cosentino non ha ancora sul casellario giudiziario nessuna condanna definitiva da indurre i giudici amministrativi al disco rosso. Insomma sta messo meglio di Vincenzo De Luca, il candidato del neo Partito della Nazione renziano. Per non essere mai più ultimi e stare a testa alta gli ex piddini hanno imbarcato sulle zattere delle liste civiche di tutto di più. Una mazzamma (pescame di ridotte dimensioni, di scarsissimo valore) di transfughi, trasformisti, opportunisti, impresentabili e indagati che portano in dote pacchetti di voti a tanto al chilo.

Gli scafisti di centro-sinistra sono andati ben oltre offrendo solide fideiussioni addirittura alle clientele del governatore uscente Stefano Caldoro. Il messaggio è chiaro. Far capire che il centro-sinistra una volta al potere non garantisce più solo gli apparati della “ditta” ma chiunque si faccia avanti e tiene qualcosa da offrire. E’ lo sdoganamento definitivo di questa specie di politica 3.0 senza memoria, senza etica e senz’anima. Una mossa seduttrice che avrà un suo peso finale e determinante negli assetti futuri del governo della Regione. A tal punto da aver indotto e convinto un dinosauro come Ciriaco De Mita – dal fiuto fino – a fare le ore piccole e siglare un accordo maranese con “Vicienz’a FuntanaIl puzzo maleodorante di compromesso rende l’aria irrespirabile. I nomi sono noti, i giornali e in particolare Il Fatto hanno raccontato le gesta e gli orrori di questi personaggi in cerca di un padrone che non meriterebbero neppure di amministrare un condominio. 

Non c’è niente da aspettarsi da questa tornata elettorale. Chi immaginava una Campania protagonista di un rinnovamento delle istituzioni deve ricredersi. Gli slogan, i comizi, le promesse sono i soliti. E’ cominciata la gara a chi la spara più grossa. Programmi, proposte, impegni neppure a parlarne. Lo sguardo è disilluso. Sembra di essere ripiombati a cinque anni fa. Stessi candidati, stessa ambiguità, simile mediocrità. Ribadisco il concetto: sarebbe stato meglio che Nicola Cosentino avesse rotto gli indugi e si fosse gettato nella mischia. Almeno avremmo avuto un professionista serio del consenso. “Che ti serve? Questo ti posso dare. Ora mettiti a disposizione”.

Le quaglie cosentiniane orfane di Nick ‘o Mericano, invece, si sono viste costrette a giocare d’astuzia: disperdersi, nascondersi, mimetizzarsi nelle civiche di appoggio ai due principali candidati. E se qualcuno accusa: “Scusate ma le candidature non le verificate prima”? Loro all’unisono rispondono: “Non facciamo di un’erba un fascio. I pochi casi sono fisiologici e non spostano niente”. Il paraculismo -insomma- non ha colore politico. E’ una certezza. I due principali candidati alla presidenza della Campania si somigliano offrono gli stessi servigi e garantiscono gli stessi equilibri. Il confine è sbiadito. Coalizioni intercambiali. E’ la lego dei partiti e dei comitati d’affari travestiti da pseudo liste civiche.

L’elettore medio più che valutare i programmi, vagliare le candidature e quindi scegliere si trova immerso in mercato delle vacche dove c’è un andirivieni di pacchetti di “politica promozione” nello stile dei gestori delle compagnie telefoniche. Non c’è da meravigliarsi se oltre il 47 per cento dei potenziali elettori campani dichiarano che diserteranno le urne e un 29 % si dice indeciso. Come non può sorprendere se Valeria Ciarambino, candidata per il Movimento 5 stelle si attesti al 22 per cento facendo risultare i pentastellati il primo partito. Qualcuno ci salvi!

twitter: @arnaldcapezzuto