Verybello, il portale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo destinato ad accompagnare l’Expo, appena iniziato, raccontando ai turisti gli eventi e le mostre in corso in giro per l’Italia, sembra non trovare pace.

Dopo le polemiche che ne hanno accompagnato il debutto, questa volta, a finire – per la verità in modo prevedibile – nell’occhio del ciclone, sono le centinaia di fotografie ed immagini pubblicate sul portale.

Lo scorso 30 aprile, infatti, l’associazione nazionale fotografi professionisti ha preso carta e penna e scritto al ministro Franceschini facendo notare come la filosofia che ha ispirato l’utilizzo delle immagini che fanno bella mostra sul sito appaia claudicante ed allarmante se posta a base di un’iniziativa promossa da un soggetto che, come il Ministero, ha, addirittura per finalità istituzionale, la promozione della cultura e la difesa del diritto d’autore.

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Ad attrarre l’attenzione dei fotografi professionisti, stando a quanto si legge nelle lettera trasmessa al Ministero, sarebbe stato, in particolare un riferimento contenuto nelle “note legali” pubblicate dal Ministero secondo il quale: “Le immagini pubblicate, nel rispetto dei diritti degli autori dei contenuti raffigurati, sono considerate di pubblico dominio salvo diversa indicazione espressa e provengono in gran parte da Internet o comunque da fonte liberamente accessibile. Gli interessati o gli aventi diritto possono comunicare le loro osservazioni in merito alla pubblicazione delle immagini scrivendo a infoverybello@beniculturali.it, che valuterà le richieste e l’opportunità di rimuovere le immagini pubblicate nel pieno rispetto delle normative vigenti.”

“In realtà, NON corrisponde al vero – scrivono al Ministro i fotografi professionisti – che tale prassi sia “in rispetto dei diritti degli autori” e che le immagini siano pubblicate “nel pieno rispetto delle normative vigenti“.

“Infatti – aggiungono i fotografi – contrariamente a quanto descrivete, le immagini reperibili in Rete NON sono “di pubblico dominio” in quanto raggiungibili pubblicamente […] Le immagini sono condivisibili (menzionando l’autore) quando l’autore stesso le offre per tali finalità, cioè per la condivisione (ad esempio, per immagini concesse con licenza Creative Commons)”.

Difficile dare torto ai professionisti della fotografia. L’indicazione presente sul portale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo è, infatti, davvero un pugno in un occhio per chiunque mastichi anche solo un pochino di proprietà intellettuale. Si tratta di un interminabile sequenza di castronerie giuridiche ed affermazioni illogiche e contraddittorie.

Che ha a che vedere il fatto che le immagini pubblicate siano state raccolte attraverso internet o “da altra fonte liberamente accessibile” con la circostanza che esse siano di pubblico dominio? E, soprattutto, come si può seriamente proporre al titolare dei diritti che, eventualmente, ne rivendichi la titolarità che qualcuno – non è neppure chiaro chi -, in caso di segnalazione, “valuterà le richieste e l’opportunità di rimuovere le immagini pubblicate nel pieno rispetto delle normative vigenti”?

Quali sarebbero “le normative vigenti” che autorizzerebbero il Ministero – o chiunque altro – ad usare opere altrui, semplicemente impegnandosi a cessarne l’utilizzo in caso di richiesta?

Impossibile, ancora una volta, dar torto ai fotografi professionisti che, nella loro lettera, chiosano: “Suggeriamo di riconsiderare alla radice la vostra policy di reperimento delle immagini, proprio perché la vostra posizione istituzionale è a parer nostro incompatibile con una posizione qualunquista (comprensibile in un pubblico generalista, ma allarmante se proviene da un referente ministeriale)”.

In modo quasi tragicomico, poi la lettera dell’associazione nazionale fotografi al Ministro si chiude con un invito ad andare a leggere quanto, a proposito dell’utilizzo online di altrui fotografie, spiega “con estrema semplicità… al popolo”, Google. Il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, a lezione di diritto d’autore da Google, insomma. Vien davvero voglia di esclamare: “verybello!”.

E chissà cosa avrebbero scritto i fotografi professionisti se si fossero resi conto che la filosofia riassunta nelle policy di verybello.it non è il frutto di una svista o della mano frettolosa di un distratto redattore ma corrisponde ad una convinzione tanto forte e radicata in seno al Ministero che, lo scorso 4 febbraio, il Sottosegretario ai beni ed alle attività culturali ed al turismo, Borletti dell’Acqua ha utilizzato le stesse identiche parole per rispondere ad un’interrogazione parlamentare nella quale le si chiedeva, appunto, conto della fonte e del titolo in forza del quale il Mibac utilizza le immagini presenti su verybello.it: “Per quello che riguarda le fotografie, cioè le immagini pubblicate nel rispetto dei diritti degli autori e dei contenuti raffigurati, queste sono considerate di pubblico dominio, salvo diversa indicazione espressa, e provengono in gran parte da internet o, comunque, da fonte liberamente accessibile. Gli interessati o gli aventi diritto possono comunque comunicare le loro osservazioni in merito alla pubblicazione delle immagini, scrivendo a infoverybello@beniculturali.it, che valuterà le richieste e l’opportunità di rimuovere le immagini pubblicate, nel pieno rispetto delle norme vigenti. Non so se questo risponda alla sua osservazione – ha aggiunto il sottosegretario al Parlamentare interrogante – ma è quanto mi hanno riportato relativamente alle immagini scaricate da internet”.

Lascia, a dir poco, perplessi l’idea che l’amministrazione che più di ogni altra dovrebbe promuovere e tutelare il diritto d’autore in Italia lo disconosca ed ignori così tanto da abusarne, addirittura, nell’ambito di un progetto culturale – verybello o verybrutto che sia – e non avverta neppure l’esigenza di approfondire la questione quando le viene sollevata non da un navigante qualsiasi, ma addirittura nell’ambito di un’interrogazione parlamentare.

Chi ha suggerito al Mibac di ispirare l’uso delle immagini pubblicate su verybello.it ad una somma di principi tanto poco ortodossi e corretti sotto un profilo giuridico? Chi ha suggerito al Mibac l’equazione perversa per la quale ciò che viene trovato online sarebbe di pubblico dominio?

A sfogliare Vivaverdi, il periodico pubblicato dalla Siae, vien da pensare, che il suggerimento sia arrivato dalla gloriosa Società italiana autori ed editori, altra paladina italica del diritto d’autore. Nel colophon della rivista si legge, infatti: “In riferimento alle immagini pubblicate l’editore e la direzione di Vivaverdi dichiarano la propria disponibilità all’assolvimento dei diritti di riproduzione per gli eventuali aventi diritto che non è stato possibile individuare”.

Decisamente meglio della filosofia del Mibac ma, pur sempre, una posizione che lascia almeno perplessi specie se si considera che alla Siae non mancano certamente mezzi e risorse per accedere ed utilizzare repertori fotografici professionali, previo pagamento dei relativi diritti e, soprattutto, riconoscimento ai fotografi almeno del diritto alla paternità dell’opera.

Pare proprio che i paladini italiani del diritto d’autore predichino bene ma razzolino male almeno con i diritti d’autore degli altri o, almeno, con quelli dei fotografi. Forse perché considerano la fotografia un’arte minore che non genera i profitti multimilionari della musica o del cinema?