Ho passato un magnifico 25 aprile in Abruzzo, in una serie di località dove la formazione partigiana di mio padre, la “Brigata Maiella” e i suoi 55 caduti (per lo più contadini) sono stati ricordati come ogni anno. E ne ho tratto qualche motivo di riflessione. Soprattutto, ho avvertito la necessità di invitare i giovani ad impegnarsi in politica, a riallacciarsi in qualche modo alla storia dei ragazzi  di allora, che scelsero appunto un impegno estremo per la libertà. 

Da qualche anno, via via che la pattuglia dei patrioti della “Maiella” superstiti si fa più esigua (ormai, ne sono rimasti 14 su 1.500) aumenta il numero delle persone che partecipano a queste manifestazioni. Fra loro molti giovani, che Camera dei Deputati - Celebrazione 70mo anniversario della Liberazionedella “Maiella” non sanno molto ma che chiedono di saperne di più e manifestano un entusiasmo (straordinario per i nostri tempi grigi), quasi l’aspettativa che lo spirito di quei giovani di 70 anni fa possa tornare ad alimentare la nostra vita di oggi e di domani.

Questo senso di rimpianto per le lontane gesta del 1943, assieme al senso di vergogna per il nostro presente e di speranza per il nostro futuro sono stati colti bene da Andrea Lannutti, sindaco di Gessopalena, il paese in cui i nazisti compirono una delle stragi più efferate  fra le tante di cui si macchiarono in Abruzzo: 41 contadini che erano fuggiti dal paese natale di mio padre, Torricella Peligna – minato e distrutto dalla Wehrmacht – e avevano cercato rifugio in una casa colonica  furono bruciati vivi con il lancio di decine di bombe a mano.

Parlando a Sant’Agata, la località dell’eccidio, Lannutti si è chiesto se ha senso difendere oggi i valori che quei combattenti ci insegnarono ad amare – la democrazia, il senso di appartenenza – “calpestati oggi dal nuovo disincantato sentimento di accettazione e distacco tra uomo e  Stato”.

Ed ha risposto a se stesso e a chi lo ascoltava: “È proprio questo il momento. È il momento di capire che il destino dipende da noi e non dagli altri. Socialisti, comunisti, cattolici liberali, monarchici, tutti insieme, scelsero di essere uomini, ci consegnarono di nuovo la speranza di ricominciare”. Ma per riscoprire l’amore per questa nazione, la voglia di appartenere alla nostra cultura, “dobbiamo avere la forza di riconoscere i nostri errori. I nostri e non degli altri. E troppo facile, oggi, puntare continuamente il dito. Tirarsi fuori. Scansarsi di dosso il fango con cui abbiamo sporcato e sfregiato il volto dell’Italia, e di chi l’aveva liberata. Cerchiamo la logica del capro espiatorio, ora il politico, ora il vicino di casa. Tutti, ma mai noi stessi. Cominciamo da qui invece. Riconoscendo le colpe di un popolo senza più regole, che ha accettato supinamente e complice, per anni, la depredazione del suo splendido Paese, e così ha mangiato il futuro dei figli”.