Milano come Francoforte. Il centro del capoluogo lombardo devastato come accadde un mese fa in Germania. Cambiano le occasioni: oggi si protestava contro l’avvio di Expo. A marzo contro l’inaugurazione della nuova sede della Banca centrale europea. Ma le immagini sono le stesse: macchine in fiamme, negozi e banche distrutti. Anche i protagonisti sono gli stessi. Oggi erano almeno 500. La grande marcia contro l’Esposizione universale non è ancora partita. Ma loro indossano già l’uniforme nera che li copre da capo a piedi. Non hanno bandiere. Cantano pochi slogan. Non si confondono insieme alle altre sigle o ai centri sociali.

Sfilano inquadrati dietro un furgone bianco con una bandiera No Tav, l’unico vessillo che espongono. La prima linea non regge striscioni. Ha solo bastoni di bambu, maschere anti-gas e caschi in testa per proteggere lo spezzone nero piazzato a metà corteo. In mezzo ci sono italiani: romani, veneti, napoletani, torinesi. Ma anche tanti stranieri: francesi, tedeschi e spagnoli.

La loro tattica messa in atto per devastare il cuore della Milano bene è semplice, rapida, efficace. Perfetta. La loro potenza caotica in Italia si è già vista, ma è un ricordo di 14 anni fa: Genova, G8 2001. Li chiamarono black bloc. Una semplificazione giornalistica mai accettata dalle frange dell’antagonismo radicale che ingrassano quelle fila. Poi più niente. Nemmeno a Roma il 14 dicembre 2010, quando piazza del Popolo per ore divenne teatro di duri scontri tra polizia e manifestanti. Qualcosa di simile avvenne durante la mobilitazione degli Indignati, il 15 ottobre 2011. Oggi Milano, che da almeno 20 anni non era abituata a scene di tale violenza, si è trasformata nel palcoscenico ideale per il loro mordi e fuggi. Azioni continue. Attacchi che si susseguono a ripetizione. Obiettivi colpiti a distanza ravvicinata l’uno dall’altro. Si muovono lentamente in gruppi di cinque. Escono dal “loro” spezzone. Puntano su banche, negozi di lusso, agenzie turistiche. Distruggono con mazze, martelli e sampietrini. In alcuni casi appiccano il fuoco prima di tornare a mescolarsi agli altri. I blitz durano una manciata di minuti.

 Video di Cosimo Caridi

Il copione si ripete durante tutto il tragitto della manifestazione: nessuna vetrina di via De Amicis e via Carducci rimane integra dopo il loro passaggio. Il contatto con la polizia viene evitato scientificamente. Le forze dell’ordine sono un bersaglio lontano a cui lanciare petardi, molotov o sassi. Come avviene all’angolo tra via Carducci e corso Magenta, un’ora dopo l’inizio della grande mobilitazione No Expo partita da piazza 24 Maggio. La parte pacifica del corteo sfila verso la stazione di Cadorna. I neri sono subito dietro. La testa dello spezzone si gira unita verso le camionette della polizia e dei carabinieri distanti cinquanta metri per fronteggiare eventuali cariche. Il grosso del gruppo si sistema all’incrocio. Iniziano le devastazioni. Viene presa di mira una filiale di Cariparma. Pochi secondi e le vetrate vanno in frantumi. Poi inizia il lancio di petardi e bombe carta contro gli agenti in tenuta antisommossa dispiegati in via Buttinone. In risposta vengono sparati lacrimogeni

L’aria diventa chimica. Il corteo si sfalda. Le devastazioni continuano. Due macchine vengono incendiate, a fine giornata saranno 14. Ma non parte nessuna carica. La polizia preferisce allontanare i neri con continui lanci di candelotti. Mentre dall’altra parte viene gettato di tutto. Il contatto non c’è mai. Il tira e molla con gas da una parte e pietre dall’altra continua fino alla fine del corteo in via Pagano, dove il Blocco accende i fumogeni per accecare le telecamere della Digos, si toglie l’uniforme e si cambia gli abiti. Lascia a terra un tappeto di armi e vestiti. Poi sparisce.