Un padre “assente” e che soprattutto avrebbe contribuito alla tragica fine di Amy Winehouse. Con la conclusione, implicita, che forse oggi la cantante 27enne morta per intossicazione alcolica sarebbe ancora viva se fosse cresciuta in un ambiente più “normale”, “sano” ed “equilibrato”. Il padre della londinese dalla voce più potente di sempre, venuta a mancare il 23 luglio del 2011, ha oggi minacciato querela contro il regista e il produttore di “Amy”, il docufilm che dovrebbe uscire nelle sale il prossimo 3 luglio ma che comunque verrà visto per la prima volta dal grande pubblico al prossimo Festival di Cannes. Parlando con il Sun, tabloid di Rupert Murdoch, Mitch Winehouse ha detto di essere “furioso”, aggiungendo che “anche Amy oggi lo sarebbe”. Per poi anticipare alla stampa un’azione legale che potrebbe arrivare nelle prossime settimane, contro Asif Kapadia, anche regista del recente “Senna”, e contro la casa produttrice del docufilm più chiacchierato del momento.

“Quando l’ho visto per la prima volta mi sono sentito male – ha detto Mitch Winehouse – e questo non è ciò che mia figlia avrebbe voluto”. Eppure l’uomo non è furioso solo per questo, ma anche per qualcosa di più grave. Secondo quanto anticipato dalla stampa, nel documentario l’ex marito di Amy, Blake Fielder-Civil, accuserebbe l’ex suocero di aver contribuito a dare il via alla spirale di morte che poi ha portato la cantante alla sua tragica fine. Già in passato fra l’uomo che forse Amy ha più amato e Mitch Winehouse si erano registrate scintille e accuse incrociate, anche molto pesanti. “Come possono ora permettergli di affermare queste cose? Tutto ciò è doloroso e oltre ogni logica”, ha aggiunto il padre della cantante.

Chiaramente la produzione si è difesa, dicendo di essere stata “obiettiva”, di aver avuto “il supporto della famiglia Winehouse” e di aver intervistato “oltre 100 persone che conoscevano Amy”. Rimane da capire se ora tutta questa polemica attorno alla figura della Winehouse, una vera leggenda vivente che vinse cinque Grammy Awards per il suo secondo album “Back to Black”, non sia montata ad arte, come purtroppo molto spesso accade nello show business. Il docufilm, però, di sicuro rilancia ancora una volta una teoria che circola fin da quando le folle di fan da tutto il mondo si riunirono nel colorato quartiere di Camden per dare l’ultimo addio a Amy, e cioè che la donna che ha venduto più album di tutti nella recente storia della musica britannica non fosse affatto un’autolesionista, ma sia stata in realtà vittima di un qualcosa di più grande di lei, schiacciata dalla ruota del successo e della maledizione che spesso accompagna le migliori voci in questa vita terrena. Di qui, appunto, il “furore” di suo padre, che non vuole essere identificato come l’artefice di questo meccanismo infernale. Si può già capire come del film si parlerà tantissimo nei prossimi mesi e la critica musicale e cinematrografica molto probabilmente si intrecceranno alla cronaca dai tribunali di sua maestà la regina Elisabetta II.