Tutti allenatori durante i mondiali di calcio, tutti generali quando si profila un intervento militare italiano all’estero. In attesa di capire che tipo di azione verrà decisa dal Consiglio europeo straordinario di giovedì per fermare l’ecatombe di migranti nel Canale di Sicilia, ogni politico propone la sua soluzione. Abbiamo sottoposto le principali opzioni ventilate dai maggiori esponenti della classe dirigente al vaglio di Germano Dottori, docente di studi strategici all’università Luiss-Guido Carli di Roma.

SALVINI: “BLOCCO NAVALE PER IMPEDIRE LE PARTENZE”
E’ la proposta che va per la maggiore a destra. Dopo Matteo Salvini (Lega), anche Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) e Giovanni Toti (Forza Italia) chiedono l’impiego delle navi da guerra per imporre un blocco navale a ridosso delle coste libiche in grado di fermare i barconi in partenza, riportando a terra i migranti. Ipotesi scartata dal governo Renzi perché al momento, non essendoci un governo libico con cui concordare l’operazione, sarebbe un atto di guerra illegittimo. Toti: “Il blocco navale non è un’azione di guerra, ma un’azione umanitaria. Il governo Renzi prepari una soluzione in caso l’Europa non si muovesse, anche mettendosi a capo di una coalizione di stati volenterosi”. Meloni: “In Libia esiste un governo legittimo riconosciuto dalla comunità internazionale (con sede a Tobruk che tuttavia controlla una porzione molto limitata di territorio nell’est del Paese, ndr). Un blocco navale in accordo con questo, non è un atto di guerra”.

Dottori: “Pericoloso. E senza ok di Libia e Onu è atto di guerra” – “Il blocco navale, se fatto al limite o dentro le acque territoriali di Libia e forse Tunisia, sarebbe la soluzione più logica ed efficace, se effettivamente si desidera riportare i migranti sulle coste di partenza. Di questo infatti si parla in ambito Ue, non di missioni per raccogliere più naufraghi e distribuirceli tra noi in Europa. Intravedo un ostacolo: in assenza di una risoluzione delle Nazioni Unite o di un accordo bilaterale con i Paesi interessati, un’azione del genere potrebbe essere considerata una violazione della loro sovranità nazionale. Un’operazione forse legittima sul piano interno se decisa nell’ambito dell’Ue o della Nato, ma controversa all’esterno, che solleverebbe di certo critiche senza un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. In ultima analisi, si tratta di una scelta politica delicata, comportando anche una valutazione della posizione dei migranti respinti verso gli Stati sorgente. Vedremo cosa farà il Consiglio Europeo. Il blocco navale, poi, implicherebbe anche alcuni rischi peculiari, da considerare nel caso di un Paese sensibile al valore della vita come il nostro: penso ad esempio all’incidente occorso nel 1997 tra la corvetta Sibilla ed una motovedetta albanese, che sprofondò in mare con un gran carico di migranti, costringendo l’allora premier Romano Prodi a scusarsi con Tirana e fermare tutto”.”.

ALFANO: “AFFONDARE I BARCONI”
C’è poi chi, come Daniela Santanché (Forza Italia) e lo stesso ministro dell’Interno Angelino Alfano, vorrebbe bombardare e affondare i barconi prima che imbarchino i migranti e salpino dalle coste libiche. Santanché: “L’unica soluzione che si deve mettere in campo subito è che l’aeronautica italiana e la marina militare si attrezzino subito ad affondare i barconi pronti a partire come già era stato fatto in passato in Albania”. Alfano: “L’obiettivo è affondare i barconi degli scafisti per impedire che partano; noi da soli non possiamo farlo ed è in corso un negoziato con Onu e Ue per avere, in un quadro di legalità internazionale l’autorizzazione a questo intervento”.

Dottori: “Operazione bellica, bisogna avere l’intelligence sul territorio” – “Usare gli elicotteri imbarcati sulle navi o i cacciabombardieri leggeri da supporto truppe ravvicinato (gli Amx, ndr) per azioni mirate volte a colpire le imbarcazioni dei trafficanti ancora vuote prima della partenza potrebbe rivelarsi una soluzione efficace se realizzata con un adeguato supporto di intelligence e con il monitoraggio dal cielo per mezzo di droni. Resta il fatto, in questo caso ancor più evidente, che senza accordi con il governo locale interessato – e in Libia ce ne sono due in lotta fra loro (quello di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello islamista di Tripoli, ndr) – rimaniamo nel campo di un’operazione di guerra, con tutti i rischi e le difficoltà che comporta, la quale andrebbe autorizzata almeno dall’Ue, naturalmente con un movente di natura difensiva, meglio ancora se dalle Nazioni Unite”.

RENZI: “INTERVENTI DI POLIZIA CONTRO GLI SCAFISTI”
Infine c’è Matteo Renzi che, dopo aver escluso “ogni ipotesi di intervento militare i Libia”, sia esso blocco navale o intervento terrestre (il ministro della Difesa Roberta Pinotti parlava di “5mila uomini pronti a partire”), ha parlato di “interventi mirati” contro gli scafisti per “assicurare alla giustizia questi criminali”. Una formula che gli esegeti del premier hanno interpretato come blitz di forze di polizia civile condotti nei covi dei trafficanti sulle coste libiche e sui loro barconi bloccati in mare nell’ambito di un’operazione navale europea sul modello dell’operazione europea Atalanta contro la pirateria somala.

Dottori: “Poco realistico, servirebbe l’esercito” – “Ritengo poco realistico pensare ad interventi della polizia in territorio libico, vista la situazione sul terreno, dove operano milizie che possiedono in qualche caso anche dei carri armati e potrebbero anche reagire a una violazione della sovranità del loro Paese: per questo genere di circostanza sono più adatte le forze speciali, le Forze Armate, dunque. I parallelismi con l’operazione anti-pirateria Atalanta in corso nel Golfo di Aden, poi, mi sembrano poco appropriati, visto che quella missione non ha una componente terrestre e si limita a scortare le navi mercantili per difenderle da chi le vuole insidiare. Qui, invece, vogliamo interrompere un flusso di disperati che è il business di alcuni criminali, ma che è alimentato da uno squilibrio geopolitico di fondo, di natura demografica. Il nostro obiettivo realistico è rallentare il ritmo degli arrivi, ora francamente ingestibile”.

MELONI: “APRIAMO CENTRI D’ACCOGLIENZA IN AFRICA”
Le diverse soluzioni ipotizzate convergono su un punto: la gestione del flusso di migranti in centri di accoglienza e di identificazione non all’arrivo sulle nostre coste, ma direttamente alla fonte. Alfano: “Creare campi profughi al di là del Mediterraneo, con il consenso dei Paesi ospitanti, in modo di fare lì lo screening su chi ha diritto all’asilo e chi no, e quelli che hanno diritto devono essere distribuiti in tutti i 28 Paesi dell’Unione. Abbiamo avviato discussioni con Sudan e Niger e ci vuole anche la collaborazione delle organizzazioni umanitarie”. La Meloni: “Aprire in Libia i centri di accoglienza dove valutare chi ha diritto all’asilo politico e chi no, però distribuendo dall’origine in tutti i 28 paesi dell’Unione europea i richiedenti asilo”.

Dottori: “E’ un azzardo, chi andrebbe ad aprirli?” – “Di aprire dei campi di raccolta in alcuni Stati africani si parla da tempo, in effetti, e potrebbe essere un’ipotesi interessante da valutare, ove fossero gestiti da organizzazioni internazionali come l’Unhcr e si potesse operare lì la selezione fra coloro la cui domanda di asilo può essere accolta e gli altri cui impedire di raggiungere le coste. Certo, farlo in Libia è un azzardo, almeno per adesso. Chi ci andrebbe? Ma esistono anche altri Stati – il Niger è ad esempio strategico – e nel futuro la situazione potrebbe migliorare anche sul territorio libico. Dobbiamo comunque tenere a mente due dati: il primo, è che in Africa abita un miliardo di persone, la cui età media supera di poco i 20 anni. Gente mobile, quindi. Mentre noi siamo la metà ed abbiamo un’età media doppia, con tutte le rigidità che questo comporta, inclusi gli elevati oneri connessi alle spese di welfare. Il secondo: che la spinta a migrare per accedere a migliori standard di vita è fortissima malgrado l’economia africana stia crescendo a ritmi elevati. Se passa il principio delle porte aperte, si rischia davvero di generare situazioni insostenibili, scatenando flussi di magnitudini ingestibili, che fatalmente precipiterebbero l’Europa nell’abisso della xenofobia”.