“Mettere i tifosi nel cuore del calcio del futuro”, una frase che farebbe infiammare qualsiasi curva e i suoi ultras, ma che è diventata lo slogan del manifesto di riforma del calcio inglese presentato dal Labour Party in vista delle elezioni politiche del 7 maggio. Tra piani di riforma economica e dell’educazione e la questione del ruolo della Gran Bretagna all’interno dell’Unione Europea, la sinistra britannica propone quella che lei stessa ha definito “la più importante riorganizzazione strutturale dei club di calcio inglesi e gallesi dalla nascita di questo sport”: le società dovranno riservare almeno il 10% delle quote ai tifosi che, così, influenzeranno le decisioni dei club e ne diventeranno una componente interna fondamentale.

Il programma è stato scritto dopo consultazioni con 95 organizzazioni di tifosi britanniche. “Negli ultimi anni – ha dichiarato il laburista Jon Cruddas – la Premier League è diventata un brand di successo. Ma il calcio non è solo profitto, bensì una parte importante dell’identità delle persone e del loro senso d’appartenenza”. Parole che hanno subito trovato consensi tra i supporter dei club britannici che, così, avranno l’opportunità di investire in quote societarie e prendere parte alle decisioni del club. La proposta di riforma laburista prevede che, ad ogni cambio al vertice della società, i tifosi abbiano l’opportunità, per almeno 240 giorni dal passaggio di proprietà, di acquistare almeno il 10 per cento delle quote societarie.

Una decisione che permetterebbe ai fan di sedersi al tavolo con i vertici del club e ricoprire un ruolo tutt’altro che marginale nelle decisioni della squadra, soprattutto su temi cari a chi vive la passione dalle gradinate, come ad esempio il prezzo dei biglietti, che in Inghilterra sono i più alti d’Europa, o la tutela delle caratteristiche e dell’identità storica del club. I tifosi avranno anche l’opportunità di nominare il 25 per cento o almeno due degli alti dirigenti societari che, così, li rappresenteranno in ogni decisione. Seguendo l’idea che i club appartengono anche ai loro tifosi e alla comunità che vi ruota attorno, il Guardian rivela che i laburisti si sarebbero presi l’impegno di garantire il reinvestimento in progetti locali, da parte dei top club britannici, di almeno il 5 per cento degli introiti provenienti dai diritti tv.

Una promessa che ridarebbe ai club un ruolo attivo all’interno delle città e dei quartieri che rappresentano, stimolando il senso d’appartenenza dei supporter inglesi. In Premier League c’è una sola squadra in mano, in parte, a un azionariato popolare. Sono i gallesi dello Swansea, controllati al 20% dai propri tifosi. La storia più famosa al di là della Manica, però, è certamente quella dell’Fc United of Manchester, club fondato nel 2005 dai tifosi delusi dalla proprietà dei Red Devils e che hanno deciso di dare vita a una squadra amministrata democraticamente e gestita esclusivamente dai fan, con un solo obiettivo: dimostrare che può esistere un calcio sano, fatto di passione e di senso d’appartenenza ai colori senza dover cedere, per forza, alle “imposizioni del calcio moderno”. Il fenomeno del supporter’s trust, però, ha toccato anche alcune realtà italiane. È il caso, ad esempio, del Taranto che, nel 2012, a rischio fallimento, ha visto mobilitarsi circa 500 tifosi che ne hanno rilevato le quote societarie. Oggi, la squadra milita in Serie D e solo nell’ultimo campionato ha ceduto a una nuova proprietà, con a capo l’imprenditore Domenico Campitiello, che ne ha rilevato il 51 per cento e ha operato subito una ricapitalizzazione.

Twitter: @GianniRosini