Non è stato un fulmine a ciel sereno e non si tratta di una tragedia evitata per caso: che il pilone del viadotto Himera sull’autostrada Palermo-Catania rischiasse di crollare era un’ipotesi altamente prevedibile. Se non altro perché la frana che lo ha investito nei giorni scorsi si muove da ben dieci anni, e cioè dal 2005. A monitorarla c’erano i tecnici della provincia di Palermo, l’ente intermedio cancellato dalla riforma incompiuta del governatore Rosario Crocetta, che dovrebbe essere sostituito dalla città metropolitana. Il condizionale è d’obbligo dato che ad oggi la provincia di Palermo è commissariata, svuotata dalle sue originali funzioni, in attesa che la riforma di Crocetta veda la luce, dopo la recente bocciatura dell’Assemblea Regionale Siciliana. Un vero e proprio limbo, mentre nel frattempo al monitoraggio della frana del 2005 non è seguito alcun intervento di messa in sicurezza.

“Segnalavo il rischio già nel piano regolatore del comune di Caltavuturo del 2004″ spiegava ieri il geologo Fabio Torre. Ed è proprio dal comune di Caltavuturo che partono gli attacchi più dettagliati. “Noi abbiamo segnalato le varie frane, ma la provincia non a mai preso alcun provvedimento: eppure già dieci anni fa la situazione era chiara” dice Domenico Giannopolo, ex deputato regionale e attuale vicesindaco del piccolo comune in provincia di Palermo. Oggi Caltavuturo è praticamente isolata: nei giorni scorsi la frana ha cancellato la strada provinciale 20, con la strada statale 120 che è a sua volta crollata in alcuni punti. E mentre la procura di Termini Imerese ha aperto un’indagine per disastro colposo a tre giorni dal cedimento del pilone dell’autostrada, arriva il j’accuse di Erasmo D’Angelis, coordinatore della struttura di missione contro il dissesto idrologico di Palazzo Chigi. “La verità va detta tutta – ha attaccato De Angelis – quel versante franato che ha distrutto il viadotto dell’autostrada Palermo-Catania poteva essere messo in sicurezza, e Anas e Regione potevano e dovevano intervenire già dieci anni fa e nessuno lo ha fatto. Nemmeno a noi è mai arrivata la segnalazione del rischio”. Una dichiarazione che non è piaciuta al governatore Crocetta. “Da parte di rappresentanti delle istituzioni si ignora che non solo lo Stato ma anche le Regioni ereditano problemi del passato” ha detto il presidente, che nel pomeriggio incontrerà a Roma il presidente – ora dimissionario – di Anas Pietro Ciucci. “L’Anas è un ente nazionale: mi chiedo se anziché l’Anas ci fosse stato di mezzo il Consorzio autostrade siciliane, Roma che avrebbe fatto? Mandava i caschi blu dell’Onu?”, ha continuato Crocetta, che nei giorni scorsi ha chiesto al governo centrale la proclamazione dello stato di emergenza e l’intervento dell’esercito. Secondo gli esperti di Anas, però, anche il genio militare non potrebbe fare nulla per ripristinare il viadotto, che andrebbe prima smontato e quindi ricostruito: un lavoro che secondo le prime stime potrebbe durare dai due ai dieci anni. E che da solo potrebbe essere inutile. “Tutto il territorio è interessato da numerosissime frane: occorre verificare la situazione e quindi mettere in sicurezza la zona prima di qualsiasi intervento” dice il deputato di Sel Erasmo Palazzotto, che nelle scorse ore ha ispezionato il territorio. E mentre è già partita la polemica tra Regione Siciliana e la Capitale, nel dibattito interviene anche Leoluca Orlando, presidente dell’associazione dei comuni siciliani, che chiede “una commissione parlamentare di inchiesta sugli appalti di assi viari in Sicilia, auspicando che la magistratura possa accertare le responsabilità e la eventuale riconducibilità di esse ad un sistema perverso di corruzione e interessi speculativi”.

Al momento l’unica alternativa per raggiungere Catania da Palermo, dopo il crollo del viadotto autostradale, è imboccare la strada statale 643 che passa dal comune di Polizzi Generosa: un percorso di montagna, franato in più punti, interrotto fino a ieri per tre chilometri e aperto solo nelle scorse ore. Per i mezzi pesanti è consigliata invece l’autostrada per Messina e quindi la deviazione verso Catania: un tratto di strada a pagamento (l’unico in Sicilia che prevede un pedaggio) che rischia d’influire a breve sul costo delle merci.

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