Che esista un’arte apolitica è, nella migliore delle ipotesi, una pia illusione; nella peggiore, una menzogna ideologica. Forse anche per questo Grad, galleria commerciale russa di arte contemporanea aperta di recente nel cuore di Fitzrovia – il quartiere ex-boheme dietro Oxford Street dove visse Virginia Woolf – ha guardato in faccia la realtà e allestito, per la curatela di Sergei Khachaturov Bordelands (terre di confine).

La mostra porta sotto lo stesso tetto artisti russi e ucraini con lavori che commentano il grave conflitto territorial/civile che imperversa in Ucraina, cercando, senza troppa retorica, di percorrere il tortuoso sentiero che intreccia politica ed estetica. Un’operazione che l’arte della Russia sovietica ha saputo – e spesso dovuto – compiere meglio di quella di altri paesi: impossibile non pensare, a questo proposito, a figure supreme come Shostakovich o Majakovskij. Per una questione di correttezza politica e simbolica, l’opera più grande in Borderlands viene dal paese più piccolo, quello che nella – non inattaccabile – narrativa adottata dalla curatela è presentato come vittima: giustamente Senza titolo (è abbastanza eloquente di per sé) la scultura dell’ucraina Zhanna Kadyrova consta di un brandello di muro che ha la forma del paese aggredito. Da una parte i mattoni anneriti dalle cannonate, dall’altra la carta da parati di un tinello russo.

In Without dictatorship of the gaze – le intriganti serie fotografiche del moscovita Nikita Shokhov – manifestazioni di piazza colano giù dall’otturatore in una liquefazione dell’immagine che dovrebbe fungere da antidoto alla propaganda, mentre le installazioni del collettivo russo ZIP echeggiano debolmente l’agit-prop dei grandi avanguardisti sovietici Stepanova e Rodchenko. A chiudere la piccola esposizione, la videoarte di Evgeny Granilshchikov, che mescola clip di vita reale catturate al cellulare con immagini di fiction. Complice la paura dell’orso ex sovietico, la luna di miele fra gli oligarchi russi – molti dei quali prodigali donatori del partito conservatore – e Londra è agli sgoccioli. Anche per questo l’arte, parafrasando Clausewitz, deve continuare la diplomazia con altri mezzi. Fino al 16 maggio.

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