Trasecolava divertito Andrea Scanzi (e noi con lui), l’altra sera a Piazzapulita, quando il giovane direttore del Foglio esprimeva sincero dolore e arrossiva di vergogna per i giornali costretti a pubblicare quelle intercettazioni brutte brutte dove si spettegola, signora mia, di Rolex d’oro, abiti sartoriali, libri un tanto al chilo e vini un tanto al litro.

Eh sì, il giornalismo è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo, se non fosse che ogni tanto quelle conversazioni possono assumere un valore per così dire pedagogico e socialmente utile. Pensiamo, per esempio, che adesso Lupi senior ci penserà bene prima di consentire a Lupi junior di scartare qualsiasi prezioso pacchetto che non sia stato prima pagato alla cassa. E forse anche D’Alema ora si chiederà se fosse proprio necessario intrattenere rapporti mercantili con personaggi che avrebbero potuto fraintendere (come hanno frainteso) l’acquisto di duemila bottiglie di Pinot come un favore reso a un potente, e a buon rendere. Ma anche Matteo Renzi dovrebbe darsi una regolata.

Visto che non è bellissimo, come ci racconta Marco Lillo, che si faccia pagare telefonino e relative utenze dalla fondazione alla quale fa riferimento anche quel Marco Carrai che saldava anche l’affitto della casa fiorentina dell’allora sindaco.

D’accordo, parliamo di comportamenti non penalmente rilevanti, ma se quelle telefonate fossero state bruciate o se i cattivi giornali avessero chiuso occhi e orecchie, il giovane direttore del Foglio non avrebbe avuto motivo di arrossire e Lupi sarebbe ancora ministro. Ora, c’è chi obietta che, di fronte alle magnifiche sorti e progressive del renzismo, impegnato nella scomposizione del vecchio e fatiscente sistema di potere e nella ricomposizione nel nuovo e fiammante partito della nazione, qualche detrito resta sempre.

E, del resto, quando si pialla cadono trucioli. Ma proverbio per proverbio il rischio che il morto afferri il vivo e lo trascini giù con sé non è profezia da gufi, ma minaccioso punto interrogativo. Poiché alla prova dei fatti nella sua impetuosa corsa verso il sol dell’avvenire, Renzi non ha rottamato un bel niente.Se si eccettua qualche anziano ex leader che si è liquidato con le proprie mani, per non parlare della guerriglia ingaggiata con la sinistra interna che così raccogliticcia e imbelle ricorda lo spot “Ti piace vincere facile”.

Il problema è se il nuovo partito della nazione viene edificato sulle stesse fondamenta che per mezzo secolo almeno hanno garantito vita e prosperità all’antico partito della sinistra con le sue varie sigle e articolazioni. Lo stesso esigente apparato delle coop rosse che tengono insieme dodici milioni di soci, un milione di occupati e 148 miliardi di fatturato. Le stesse fameliche lobby, centrifughe che ingoiano appalti e sputano tangenti e favori. La stessa rete di potentati locali, soprattutto al Sud (dall’inamovibile campano De Luca all’imbarazzante siciliano Crisafulli) che non fanno nulla per nulla. Macchine di voti che perfino il Corriere della Sera definisce “verminai in cui è impossibile mettere le mani senza sporcarsi: e Renzi non ama sporcarsi”. Ma che il premier ha comunque arruolato e inglobato senza tante storie. Come il profetico sindaco di Ischia Ferrandino, che diceva “qui finiamo tutti in galera”, e che una notte si addormentò berlusconiano per poi svegliarsi renziano. Ed è sempre lo stesso malcostume trasversale che 20 anni fa nascondeva le banconote nel water e oggi nel passeggino del pupo, “tanto chi cazzo lo controlla”.

Ma questa volta, Renzi non potrà come Craxi parlare di poche mele marce visto che dall’Expo al Mose, da Mafia Capitale a Ischia, è l’intero cesto Pd a essere inquinabile. E se poi i vermi Renzi se li trova in anticamera, che fa: chiama Cantone?

Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2015