Da anni andiamo ripetendo che la docenza universitaria è fortemente penalizzata e colpita dalle decisioni prese dal 2008 in poi dal duo Tremonti/Gelmini, in seguito mantenute e, se possibile, peggiorate da chi ha preso il posto della laureata in Giurisprudenza di Brescia: Profumo, poi Carrozza e infine Giannini.

Tappe di un disastro previsto: taglio deciso e costante dei finanziamenti nazionali, blocco delle retribuzioni del personale docente e amministrativo, una strisciante campagna velenosa che ha mirato a sminuire e a denigrare sia il lavoro dei docenti sia l’istituzione stessa, blocco del turnover dei docenti (di modo che via via che la gente se ne va in pensione solo una parte viene rimpiazzata); e ancora, il trionfo di parole d’ordine giuste in teoria ma applicate coi piedi, come la valutazione, attuata con la creazione dell’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca (ANVUR) il cui modo di operare, costosissimo, improvvisato e invasivo, suscita sconcerto, iperbolico incremento di passaggi burocratici e anche amare risate. Insomma, una bella cura dimagrante e di ridimensionamento sociale per i 68 atenei pubblici italiani, che si sono ritrovati nel periodo 2010-1013 a dover anche affrontare la riforma Gelmini (legge 240/2010), che ha aumentato a dismisura le procedure burocratiche universitarie rendendo il lavoro della docenza e della ricerca un percorso a ostacoli tra nani maligni che cercano di farti inciampare.

Ma adesso, finalmente, stiamo semplificando: almeno l’aspetto della scelta di chi dovrà insegnare. È di pochi giorni fa, infatti, il decreto ministeriale n. 194 che introduce delle novità rilevanti e, di sicuro, semplifica troppo.

Il decreto comincia col darci ragione – la qual cosa, peraltro, fa sempre piacere – descrivendo in poche righe asciutte l’attuale carenza della didattica universitaria, falcidiata dalle decisioni di governi e ministri passati e presenti: in apertura viene dichiarato infatti che è presente “l’esigenza di prevedere un temporaneo alleggerimento degli indicatori relativi alla docenza minima necessaria per gli Atenei la cui offerta formativa rischia di essere pregiudicata dalle limitazioni in materia di turn over previste dalla normativa vigente”.

Ma va là? L’offerta formativa rischia di essere pregiudicata da alcune limitazioni previste dalla normativa vigente? Ma non mi dire (normativa che, ovviamente, proviene da Marte e non è mai stata supportata e ispirata dallo stesso ministero che adesso si straccia le vesti…). Considerato questo, quindi, c’è un’urgenza e l’esigenza di… fare cosa?

Semplicemente prevedere che la progettazione (accreditamento, in gergo tecnico) dei corsi da avviare ogni anno venga fatta non come si faceva di solito, basandosi sul personale di ruolo in servizio costante, bensì considerando anche professori a contratto che oggi ci  sono e domani chissà. Il decreto è infatti chiarissimo: per accreditare i corsi universitari si potranno conteggiare anche i professori a contratto, compresi gli incarichi attribuiti a neo dottorati, neo abilitati, appena specializzati assunti con contrattini da fame di 1000 euro annui (se va bene), cioè tutte quelle persone che, a rigor di logica, potrebbero attendere un poco prima di insegnare poiché hanno appena iniziato a fare ricerca sul serio e magari vogliono rivolgere le loro forze più sul fronte della riflessione e della ricerca che su quello dell’insegnamento a centinaia di studenti, ricevendo come ringraziamento un buffettino sulla guancia e la promessa di un concorso da ricercatore a tempo determinato tra qualche anno. Quindi, un trucco, fumo negli occhi, un po’ come i pannelli per coprire le zone dell’Expo non ancora concluse.

Ma non preoccupatevi, questa porcheria la faremo solo fino al 2017, poi vi sarà qualcosa di nuovo, magari una nuova proroga, e ridurremo ulteriormente i ranghi. Magari, chissà, si potrebbe prevedere che anche i migliori laureati possano essere conteggiati come futuri docenti per validare i corsi universitari.

Il Ministero non è nuovo a queste divertenti – si fa per dire – evoluzioni. Avevano cominciato due anni fa, prevedendo che anche i ricercatori a tempo indeterminato – che non hanno l’obbligo della didattica – venissero conteggiati per i requisiti minimi dei corsi di laurea. Adesso il passo successivo: visto che il personale docente di ruolo non basta più, conteggiamo anche i docenti a contratto, che possono valere come risorsa per più università… Altroché docente unico, qui abbiamo inventato il docente multiplo. Qualcosa di simile successe durante il 1944 nella Germania di Hitler: le perdite umane altissime falcidiavano i ranghi e allora il Führer pensò bene, di fronte alle insistenze dei generali della Wehrmacht, di stabilire per decreto che una divisione poteva avere una consistenza numerica inferiore a quella stabilita per legge: un decreto et voilà, una brigata di 8.000 uomini valeva una divisione di 17.000. Sulla carta l’esercito era uguale a prima, peccato che sul campo le cose fossero diverse.

Ovviamente, fuor di metafora, usare una posizione precaria per stabilizzare più situazioni che dovrebbero essere, in prospettiva, stabili ha un senso solo in pochi casi: nella mente di un megalomane o in quest’Italia dove l’elasticità delle regole e la rimozione dei diritti e delle tutele è diventata uno sport nazionale. In fondo chissenefrega degli studenti, esposti a docenti non perfettamente formati, ma comunque arruolati, e chissenefrega dei docenti precari, utilizzati come esercito di riserva del lavoro intellettuale? (Vabbé, avevamo detto anche questo due anni fa, scusate: portiamo sfiga).Ma soprattutto, chi pensa alla qualità della didattica impartita? Le università non sono una bocciofila dove chiunque si può improvvisare istruttore di accosto e di bocciata, le università sono un pezzo importante di una società avanzata fondata sulla conoscenza e non sull’improvvisazione e gli slogan carini.

Lasciamo stare, discorso vecchio. Chiunque si avvicini a una università statunitense o anche solo europea sa benissimo il supporto pedagogico che viene previsto per formare e accompagnare i docenti universitari alla difficile pratica dell’insegnamento ex cathedra, solo da noi si pensa che un neo-dottorato sia bello e pronto non per insegnare nei licei – lì ci vogliono corsi apposta e selezioni! – bensì nelle classi universitarie.

Ma al di là della mancanza di metodo e di serietà colpisce il fatto che per formare e accreditare i corsi universitari da oggi basti contare anche chi tra un anno potrebbe non esserci più per garantire l’offerta formativa che oggi invece contribuisce a validare. Una specie di docente prêt a porter, da inserire nei ranghi al cambio di stagione e da dismettere quando non serve più.

Insomma, siamo di fronte a un intollerabile doppiopesismo: questo decreto prevede che i giovani vadano benissimo come docenti universitari, a patto che siano disposti a togliersi di mezzo in fretta. Per fare quello stesso lavoro stabilmente, invece, per evitare di assumerli, si escogitano cervellotici meccanismi che nascondono la volontà politica di puntare tutto sul precariato. E’ ora di finirla con questa ipocrisia e di varare un grande piano di assunzioni di giovani – che serve al Paese prima ancora che a loro – e di introdurre il ruolo unico della docenza, attuando il principio costituzionale secondo il quale a pari lavoro debbono corrispondere pari diritti.

Questa è l’università fondata sull’apparenza dell’era di Renzi.

Piero S. Graglia