Roma, Beppe Grillo esce dall'Hotel Forum“Grand Hotel, gente che viene, gente che va, tutto senza scopo”. Quello che sta avvenendo nell’albergaccio malamente restaurato della politica locale, alle soglie delle elezioni regionali, sta tutto nella celebre battuta del film con Greta Garbo annata 1932. Uno scomposto agitarsi a casaccio senza strategia, nell’apoteosi di spiriti animali e vane velleità di protagonismo. Anche perché l’unico vero disegno strategico in campo è quello della restaurazione classista (la consacrazione egemonica del privilegio) promosso in sede centrale da Matteo Renzi. Praticamente senza incontrare il benché minimo contrasto.

Bravo lui – il blairino con l’acca aspirata – o inetti tutti gli altri?

Ora Beppe Grillo, supportato dalla new entry  Tao Te Ching (da intendersi come rimpiazzo in corsa del simil-filosofo Paolo Becchi?), giura sul sacro screen del blog che “denunce e lavoro in Parlamento non bastano più”. Sicché i mastini del capo, che in passato hanno sbranato ogni critico quando avanzava timidamente la medesima tesi, dovrebbero guaire un po’ di scuse. Ma non lo faranno, appurata la loro natura pervicacemente impermeabile allo spirito (auto)critico.

Mentre il quartier generale pentastellato dovrebbe dare segnali di maggior sostegno a quanti ha messo in pista sui territori (lo dico da ligure, che guarda con rispetto la candidatura locale di una ragazzina animata da ottimi propositi).

Nel frattempo la destra s’attorciglia tra le velleità di leadership del Salvini e l’arrocco difensivo del Berlusconi; passioni miserrime che producono soltanto calcoli di bottega: la difesa leghista della ridotta veneta di Luca Zaia dall’assalto di Flavio Tosi (che rimette pure in gioco l’ex bersaniana redenta renziana Alessandra Moretti) potrebbe richiedere il sacrificio della primazia in materia di candidati nelle altre regioni in lizza. A vantaggio del satellite berlusconico, che brilla soltanto di luce riflessa, Giovanni Toti. Avendo costui una seconda casa in provincia di La Spezia, la sua destinazione sarebbe ligure.

D’altro canto, nel vuoto totale di pensiero politico prospettico, proprio in Liguria prenderebbe corpo un embrione di elaborazione. Ci si riferisce alla candidatura in contrapposizione alla piddina burlandian/renziana Raffaella Paita del già burlandiano piddino civatiano ora dimissionario Luca Pastorino da Bogliasco.

Diradati fumi profetici e confusionismi vari dei dilettanti allo sbaraglio, l’operazione appare in tutta la sua evidenza una prova generale nel laboratorio regionale per valutare la cantierabilità nazionale di una scialuppa Sel+civatiani+pezzi rifondaroli che porti in salvo alle prossime scadenze politiche alcuni irriducibili (al farsi da parte). Con la benedizione del super notabile deluso Sergio Cofferati (ora severo critico del Pd locale, tenuto in massimo apprezzamento finché assicurava posticini a Strasburgo). Una prospettiva – quella incarnata dal sindaco in suv onorevole Pastorino (un rampante di Terza Repubblica) – che dovrebbe far indignare chi ritiene prioritarie in una tornata amministrativa le problematiche d’area. Non le velleità di sopravvivenza di pezzi di Casta. Per cui nulla di realmente strategico sta maturando in questa saga delle aspirazioni più proterve.

Piuttosto l’appuntamento, in quanto privo di contenuti effettivamente politici, sta tirando fuori il peggio da attori di per sé mediocri. Tanto per dire, le segreterie del Pd ligure (specie quando il segretario deve mostrarsi paitiano ortodosso per far dimenticare passati cofferatiani) stanno varando disposizioni punitive nei confronti di chi non voterà secondo indicazioni ufficiali, compresi gli elettori (nonostante la difficile determinazione del suffragio nel segreto dell’urna: lo appureranno tramite delatori o mediante raggi X?). Siamo alla variazione dell’antico “Dio ti vede, Stalin no”, con Paita nel ruolo di Alma Mater mediterranea.

Insomma il sonno della politica genera mostri, mentre prosegue l’andazzo: “gente che va, gente che viene, tutto senza scopo”.