Non l’avete capito che siamo in guerra? Eppure i titoli dei giornali sono chiari, come nel 1939. “Pinotti lancia ‘Mare Sicuro’”, “Più navi militari e caccia, così ci difenderemo dall’Is. Via all’operazione per rafforzare le difese del Mediterraneo” (Repubblica). E anche: “L’Italia schiera più navi e aerei. Roma si muove in ogni caso a tutto campo”(Corriere della Sera). E ancora: “Roma blinda il Mediterraneo. Schierati navi, aerei e droni” (Il Messaggero).

Prima che uno faccia in tempo a chiedersi in che modo un cacciatorpediniere di ultima generazione avrebbe potuto difendere il Museo del Bardo a Tunisi, la ministra Pinotti si spiega: “A seguito dell’aggravarsi della minaccia terroristica (…) si è reso necessario un potenziamento del dispositivo aeronavale dispiegato nel Mediterraneo centrale, al fine di tutelare i molteplici interessi nazionali, oggi esposti a crescenti rischi determinati dalla presenza di entità estremiste (…)”. Purtroppo l’italiano impenetrabile del comunicato non si ferma qui: “Le forze armate stanno operando con una intensità elevata dispiegando in aggiunta a quanto ordinariamente fatto, ulteriori unità navali, team di protezione marittima, aeromobili ad ala fissa e rotante, droni, tanto per la protezione delle linee di comunicazione, dei natanti commerciali e delle piattaforme offshore nazionali quanto per la sorveglianza delle formazioni jihadiste”. Conclude con il giusto tributo al suo capo, la ministra: “Per dirla con Renzi, il Nordafrica deve rappresentare la nostra prima preoccupazione”.

La perspicacia del nostro primo ministro ci mette al sicuro, con tutta la flotta e tutta l’aviazione, ed è facile immaginare orgoglio e disappunto dei nostri connazionali appena rientrati dalla crociera Concordia fascinosa: “Ah, se le nostre navi da guerra e tutta l’aviazione fossero stati schierati nel centro del Mediterraneo, quando i terroristi ci sparavano addosso a uno a uno, mentre scendevamo dall’autobus e facevano fuoco dentro il museo”. Ma penso che i più generosi tra i reduci avranno detto o pensato: “Costa caro, ma almeno flotta, aviazione e droni proteggeranno le vacanze di tanti altri”.  

Come si vede il pericolo è grande. E la determinazione del nostro governo altrettanto grande. Manca un rapporto fra la qualità nuova e del tutto inaspettata del male e i suoi grandiosi rimedi da conflitto fra imperi. Seguendo la flotta, però, alcuni grandi editorialisti lanciano appelli alla Marinetti tipo “la guerra è l’igiene dell’umanità”. Cito da un importante autore che ha appena chiamato alle armi gli italiani: “Per il nostro continente il messaggio che viene da Tunisi è chiaro. Si avvicina la prova decisiva. Siria, Libia, Tunisia, cioè la sponda meridionale del Mediterraneo, cioè il confine marittimo dell’Unione (…) impongono oggi all’Europa ciò a cui essa si è finora sempre rifiutata: di essere un soggetto politico vero, vale a dire con una vera politica estera, con un vero esercito (…) Non c’è tempo da perdere. Per far fronte alla feroce determinazione dell’islamismo radicale, alla sua capacità di penetrazione, la politica deve innanzitutto prepararsi all’impiego della forza” (Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera). Stupisce che all’autore non venga in mente che sono ormai tre decenni che il terrorismo religioso colpisce il mondo, non solo quello occidentale, non solo quello dei cristiani, ma anche tra cristiani e soprattutto tra islamici con episodi imprevedibili e crudeli che diffondono morte, in maggior parte fra persone che non sanno di essere coinvolte nel conflitto. Ti immagini che voci autorevoli chiamino i governi a riunirsi per capire, per rendersi conto che non servono flotte e l’opzione non è l’invocazione della forza ma la sfida di intelligenza che ti fa capire dove, come, quando, con quali modi e armi, che forse non sono armi, ma sono un’altra politica.

Come si fa a isolare una cellula impazzita con il sistema di immaginare tutto il mondo islamico come il nemico, moltiplicando immensamente il pericolo? Andiamo a combattere dove, chi, in che modo? Per esempio, mentre riempiamo il mare di armi, abbiamo interrotto il soccorso. Ma non si è interrotto il malevolo e ostile rapporto di alcuni leader e partiti italiani che lavorano alacremente a trasformare i nuovi arrivati in nemici (a furia di dirglielo, di accusarli, sospettarli, sorvegliarli e spingerli via), commettendo lo stesso errore (mille volte denunciato in Usa) di incarcerare gli americani di origine giapponese, durante la Seconda guerra mondiale.  

L’Italia non è priva di vibrante retorica. Ma non una voce che aggiunga una visione e indichi un percorso. Siamo un Paese che riforma la Giustizia senza avere un’idea o un progetto per la Giustizia, esprimendo disprezzo per i giudici mentre la corruzione dilaga. Viviamo in un tempo in cui si abbattono pezzi interi di Costituzione sostituendoli con materiale avariato e privo di senso. Per avere una scuola nuova offriamo parole (“la buona scuola” come “la buona politica”) con cambiamenti tipo “tutto il potere ai presidi”, trovate che sono anche più retrò delle navi da guerra contro il terrorismo disperso. Chi governa difende le grandi opere per due grandi ragioni: poter dire che le abbiamo fatte, e far contento il dottor Incalza. Ecco che cosa siamo (ho dovuto rubare il titolo da un bel libro di Arbasino): un Paese senza. 

Attenzione però: possiamo fare finta di fare riforme prive di senso perché la ministra Boschi possa abbracciare in diretta i suoi nuovi compagni. In Parlamento, come sappiamo, si può scherzare sull’Italia. Ma un Paese senza che va alla guerra e non sa, non ha mai capito, non ha mai discusso dove, come, con chi e contro chi e perché e quale guerra, con quale strategia e con che armi, e non sa dove sta il mondo, forse persino questa Italia, che sta nascondendo il suo vuoto in discorsi vibranti, forse non se lo può permettere.

Il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2015