L’intervento di Tito Boeri, presidente dell’Inps, a Otto e mezzo del 20 marzo lascia perplessi a causa di due argomenti emersi durante la trasmissione e che gettano un’ombra un po’ sinistra sugli intenti.

Boeri ha affermato che Inps preparerà una proposta di riforma del sistema previdenziale tesa a dedicare maggiori risorse alle fasce più deboli, prevedendo di utilizzare, come forma di finanziamento della stessa, anche risorse derivanti da un ricalcolo contributivo delle pensioni retributive in essere.

A prescindere dal fatto che l’ennesima (già 6 negli ultimi 20 anni) riforma del sistema interverrebbe in modo retroattivo anche su pensioni liquidate oltre 20 anni fa e da considerazioni sul ricalcolo contributivo che mi trovano d’accordo in principio, Boeri ha affermato (con accenno a un reddito garantito) che l’assistenza deve essere incrementata e che uno dei motivi per i quali occorre ricalcolare alcune delle pensioni retributive è generare le risorse per questo, senza dover ricorrere alla fiscalità. Ciò mi trova in totale disaccordo perché configura la pervicace commistione tra previdenza e assistenza che è a mio avviso uno dei principali motivi del dissesto dell’Inps e anche delle valutazioni europee negative sul nostro sistema.

Premesso che assistenza e reddito garantito sono necessità sociali, le stesse DEVONO gravare sulla fiscalità generale in quanto strumenti necessari al mantenimento, appunto, di una struttura sociale. Non devono invece in alcun modo essere associate, né contabilmente né logicamente, alla previdenza; se i 70 miliardi di euro circa che lo Stato destina ogni anno all’Inps per l’assistenza sono insufficienti, devono essere aumentati a carico dei contribuenti, ciascuno secondo le proprie possibilità. In questo senso mi aspetterei da Boeri un impulso determinato alla separazione netta tra assistenza e previdenza, suggerendo casomai lo scorporo dell’assistenza dall’Inps.

Una seconda affermazione di Boeri è stata poi sconcertante, non tanto per una analisi concettualmente fallace quale quella sulla commistione tra assistenza e previdenza (pericolosissima nei principi) ma per le modalità e per le cose non dette; Boeri ha informato che, nell’ambito di un’operazione che l’Inps denomina “Operazione porte aperte”, è stata pubblicata sul sito dell’ente un’analisi delle pensioni degli ex dirigenti d’azienda che dimostra come nella maggioranza dei casi il loro assegni pensionistici siano sovrastimati rispetto ai contributi versati. Sin qui tutto chiaro, anche se i metodi di calcolo (si veda la nota metodologica in calce allo studio dell’Inps) riconducono a ipotesi e stime di cui andrebbe verificata l’attendibilità, ma la tara, a mio avviso grave, nell’approccio è che Boeri ha affermato che circa il 12% dei trattamenti pensionistici degli ex dirigenti ritornerebbe assegni inferiori al dovuto contributivo e, mentre vorrebbe ridurre quelli “esuberanti”, non ha fatto accenno all’adeguamento in alto di quelli sottostimati; io leggo ciò, nuovamente, come una forma di mala interpretazione dell’idea di previdenza che dovrebbe basarsi in modo assoluto sulla congruità dei trattamenti con la contribuzione, mentre invece appare piuttosto chiaro che Boeri intenderebbe utilizzare questo approccio solo “al ribasso”.

A questa constatazione si deve poi abbinarne un’altra relativa alla platea dei trattamenti da analizzare ed eventualmente ritoccare e questo fatalmente ci riconduce a una lettura distorta della previdenza e a un ulteriore inquinamento con l’assistenza; Boeri non ha risposto alla precisa domanda della Gruber circa la soglia oltre la quale prevederebbe il ricalcolo, ma ha lasciato intendere che essa ci sarebbe; è arcinoto a chiunque abbia una qualche dimestichezza con i sistemi del defunto calcolo retributivo, che i benefici/privilegi dello stesso diminuivano al crescere della retribuzione, e ciò spiega quel 12% di assegni sottostimati che Boeri ha citato e che sono con quasi certezza tutti quelli derivanti da retribuzioni molto alte; per questo motivo, la pensioni basse e medio basse erogate con il sistema retributivo sono eccedenti (largamente, in maniera percentuale) rispetto a un calcolo contributivo; pertanto esonerare le pensioni basse e medie dal ricalcolo significa interpretare un approccio concettualmente “anti previdenziale”. Il tacere questo (colpevolmente), soprattutto quando abbinato alla pubblicazione contestuale di uno studio solo sugli ex dirigenti suona sinistramente come una manovra politica con facile sconfinamento nella demagogia.

L’obiezione che pensioni basse e medie non possono sopportare un ridimensionamento sarebbe del tutto fondata, ma ci riporta nel campo dell’assistenza e della visione politica dello Stato che si vuole, materia che non dovrebbe essere di pertinenza del presidente dell’Inps. L’aggravante in questo caso è che la soglia di discriminazione per applicare o meno il ricalcolo non scaturirebbe per esonerare le pensioni minime (sociali e integrate) ma da una decisione (del tutto politica e arbitraria) su quali privilegi siano giustificati e quali no.

Una misura del genere trasformerebbe di fatto la quota di beneficio retributivo/contributivo delle pensioni basse e medie in assistenza sociale, poiché a giustificarla non ci sarebbe più neppure un sistema previdenziale uniforme, seppure distorto, mentre trasformerebbe all’istante e per lo stesso motivo il ricalcolo di quelle più alte da misura improntata all’equità previdenziale in redistribuzione di reddito, con la ulteriore grave complicazione che in parecchi casi, se non la maggioranza, il reddito redistribuito verrebbe da pensionati molto avanti con l’età, dato che si colpirebbero coloro che sono andati in pensione a partire dal 1995, alcuni oggi ottantenni.

In poche parole, più che un progetto, l’abbozzo di un gran pasticcio. Invece, solo la separazione effettiva e immediata tra assistenza e previdenza consentirebbe chiarezza e misure razionali. L’assistenza dovrebbe essere potenziata, ma attingendo dal bilancio dello Stato, riducendo le spese pazze, clientelari e corrotte, mentre si potrebbe guardare al riassetto della previdenza sulla base di conteggi non inquinati dall’assistenza e programmare misure che abbiano una giustificazione puramente previdenziale. Una misura corretta potrebbe essere il ricalcolo contributivo per tutte le pensioni retributive, erogando poi assegni di integrazione nell’ambito dell’assistenza e da un altro ente. Certo, sul livello accettabile di questa redistribuzione di reddito dal punto di vista sociale e del riconoscimento del merito sarebbe opportuno interpellare i cittadini, perché qui è in gioco il modello di Stato che può spaziare a piacimento da socialismo reale a liberismo estremo. Potremmo avere delle sorprese sulle risposte.